Smart working prorogato a marzo 2023, ma esclusi i genitori con figli under 14

di Mariangela Tessa
22 Dicembre 2022 10:00

Lo smart working sarà prorogato fino al 31 marzo ma solo per i lavoratori fragili: lo prevede un emendamento alla manovra 2023, che il governo si appresta a varare entro il 31 dicembre 2022. La norma, che varrà sia nel pubblico che nel privato, non cita i genitori di figli under 14, che finora godevano della stessa possibilità.  I lavoratori coinvolti se necessario potranno esercitare anche un’altra mansione.

Per i lavoratori immunodepressi, pazienti oncologici, con terapie salvavita in corso o disabili gravi, il datore di lavoro –  si legge – assicura lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità agile “anche attraverso l’adibizione a diversa mansione ricompresa nella medesima categoria o area di inquadramento, come definite dai contratti collettivi vigenti, senza alcuna decurtazione della retribuzione in godimento”.

Smart working in calo nel 2022, tornerà a crescere il prossimo anno

Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2022 in Italia il lavoro da remoto ha continuato a essere utilizzato in modo consistente, sebbene in misura minore rispetto allo scorso anno. I lavoratori da remoto oggi sono circa 3,6 milioni, quasi 500 mila in meno rispetto al 2021, con un calo in particolare nella PA e nelle pmi, mentre si rileva una leggera ma costante crescita nelle grandi imprese che, con 1,84 milioni di lavoratori, contano circa metà degli smart worker complessivi. Per il prossimo anno si prevede un lieve aumento fino a 3,63 milioni, grazie al consolidamento dei modelli di smart working nelle grandi imprese e a un’ipotesi di incremento nel settore pubblico.

Lo smart working è ormai presente nel 91% delle grandi imprese italiane (era l’81% nel 2021), mediamente con 9,5 giorni di lavoro da remoto al mese e progetti che quasi sempre agiscono su tutte le leve che caratterizzano questo modello. Una tendenza opposta si riscontra nelle pmi, in cui lo smart working è passato dal 53% al 48% delle realtà, in media per circa 4,5 giorni al mese. A frenare in queste realtà è la cultura organizzativa che privilegia il controllo della presenza e percepisce lo smart working come una soluzione di emergenza. Rallenta anche la diffusione nella PA, che passa dal 67% al 57% degli enti, con in media 8 giorni di lavoro da remoto al mese. In questo caso a pesare sono soprattutto le disposizioni del precedente Governo che hanno spinto a riportare in presenza la prestazione di lavoro, ma per il futuro si prevede un nuovo aumento.

Risparmi fino a 2.500 l’anno per lavoratore

L’impatto dello smart working è sempre più positivo per effetto dell’aumento dei costi energetici. Secondo l’Osservatorio Smart Working, un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto risparmia in media circa 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto.

Nella stessa ipotesi di due giorni alla settimana di lavoro da remoto l’aumento dei costi dei consumi domestici di luce e gas può incidere però per 400 euro l’anno riducendo il risparmio complessivo a una media di 600 euro l’anno. Lo smart working consente una riduzione dei costi potenzialmente più significativa per le aziende: consentire ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per 2 giorni a settimana permette di ottimizzare l’utilizzo degli spazi, isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore.