SE IL CAPO OFFENDE, RISCHIA LA GALERA

11 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

(9Colonne) – Roma, 11 giu – Non sono più possibili per il capo offese della reputazione e della professionalità di un dipendente, in ambiti diversi dalle formali contestazioni. Adesso si rischia una condanna per diffamazione. A sottolinearlo è la Cassazione, dopo aver confermato una condanna a un anno di reclusione, inflitta dalla Corte d’appello di Cagliari, all’ex direttore dell’aeroporto del capoluogo, G. M., accusato di abuso d’ufficio e diffamazione. Sembra che l’imputato abbia vietato a una dipendente l’esercizio di funzioni corrispondenti alla propria qualifica, attribuendole invece a un impiegato di livello inferiore, ed abbia revocato alla donna le funzioni vicarie in assenza del dirigente, nonostante le sollecitazioni dei superiori e una decisione del Tar che annullava il provvedimento di revoca. Inoltre G. M. avrebbe “insultato” la dipendente con frasi ritenute offensive del decoro, in alcune comunicazioni indirizzate ai superiori. La difesa dell’imputato, nel ricorso in Cassazione, aveva sottolineato la mancanza di presupposti per l’accusa di diffamazione poiché le lettere in questione erano state “inviate a soggetti individuati, ossia i superiori gerarchici legittimati ad adottare provvedimenti amministrativi” nei confronti della donna. Secondo la Suprema Corte, però, “la prassi di inviare missive ad organi pubblici, con la conseguente possibilità concreta della conoscenza del loro contenuto da parte di una molteplicità di soggetti si pone al di fuori delle formalità proprie cui è tenuto il soggetto preposto a un pubblico ufficio e pone in essere una condotta del tutto anomala”. L’imputato – come si legge nella sentenza, che conferma la sottolineatura dei giudici di merito – “poteva giovarsi di strumenti formali di contestazione di eventuali addebiti disciplinari o di incapacità nell’assolvere le funzioni attribuite”. Secondo i giudici il comportamento del dirigente è stato “correttamente inteso dalla sentenza impugnata come volontà di portare a conoscenza di terzi espressioni offensive del decoro della persona oggetto della missiva”.