Saccomanni, zimbello del governo Letta. Ancora frasi a effetto

9 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni ne spara ormai una al giorno. E’ dall’inizio dell’anno che è preso da una sorta di logorrea, che sta mettendo in forte imbarazzo il governo Letta.

Oggi, l’ultima trovata: “Gli italiani non pagheranno più tasse con l’arrivo della Tasi”, afferma e nel rispondere ai giornalisti che gli chiedono se nel 2014 gli italiani pagheranno più tasse sulla casa, attraverso la Tasi, il ministro dice: “Penso di no”.

Tutto questo, lo stesso giorno in cui gli italiani leggono su tutte le pagine dei quotidiani la bella notizia, relativa all’aumento delle aliquote della Tasi, che rischia di costare più dell’Imu.

Oltre al danno, insomma, anche la beffa. “Gran parte problemi lamentati in questi ultimi mesi – ricorda Saccomanni – sono dovuti al fatto che si è intervenuti dal centro, su forme di tassazione gestite a livello periferico”. In particolare ci sono stati “problemi nel conguaglio” e “di comunicazione” sulle date effettive di scadenza.

E questo accade all’indomani dello scandalo scuola, con il governo che si è permesso di chiedere ai professori la restituzione di 150 euro, prima del dietrofront.

Nardella, stretto collaboratore di Renzi, critica il ministro dell’Economia Saccomanni. “Penso sia grave quando un ministro così importante come Saccomanni dice ‘sono un esecutore'”, dice a Mix 24 su Radio 24. “Penso che il ministero dell’Economia debba essere guidato da un politico,come regola generale perché abbiamo visto che l’esperienza dei tecnici non ha funzionato bene”,nota.Poi precisa:”Non scherziamo e cerchiamo di essere seri! Non ho mai chiesto le dimissioni del ministro Saccomanni”.

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di Francesco De Dominicis – “Libero”

È il giorno più lungo: isolato nel governo, sconfessato dal premier, abbandonato dalla struttura. Non è chiaro se la storia di Fabrizio Saccomanni a via Venti Settembre sia ai titoli di coda. Di sicuro, il ministro dell’Economia sta attraversando la fase più tormentata da quando è nel team di Enrico Letta.

La «figuraccia» del ministro (e dell’intero esecutivo) sui 150 euro da togliere alle buste paga degli insegnanti, con tanto di duello a distanza col ministro per l’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, segna forse un punto di non ritorno. Del resto, non è «ordinaria amministrazione» che il primo ministro si veda costretto a smentire il titolare dell’Economia per superare un’impasse.

In ogni caso, quello sugli scatti salariali dei docenti è solo l’ultimo incidente che mostra quanto sia scomoda (anche) per Saccomanni la scrivania di Quintino Sella. I primi «guai» con le risorse per cancellare l’Imu sulle abitazioni principali e coi fondi per rinviare la stangata Iva, più tardi le polemiche sulla mini Imu e sulla Tasi. Pochi giorni fa le dimissioni del suo vice, Stefano Fassina. Polemiche sempre accompagnate da attacchi, dentro e fuori la maggioranza, che hanno trasformato l’Economia in un fortino sotto assedio.

Un film già visto. Saccomanni non è il primo «tecnico» nel centro del mirino: è successo a Tommaso Padoa-Schioppa e Vittorio Grilli. Tuttavia, dietro i pasticci dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, secondo i ben informati, ci sarebbero ragioni diverse. A cominciare dal fatto, come viene rimproverato al ministro nei corridoi di via Venti Settembre, che «non è un politico né un tecnico a tutti gli effetti».

Un vizio d’origine che lo avrebbe portato a commettere errori cruciali, specie nella definizione della struttura. E in questo senso, la scelta del Capo di gabinetto – ruolo strategico – sarebbe stata «fatale». Una posizione delicatissima occupata per un decennio da Vincenzo Fortunato: a maggio, dopo il giuramento al Quirinale, Saccomanni gli ha formalmente chiesto di restare, salvo manovrare per lo spoil system.

Fortunato, però, non si è fatto cacciare e ha sbattuto la porta un attimo prima di ricevere il benservito. Al suo posto è arrivato dalla Camera Daniele Cabras: per anni al servizio della Commissione Bilancio, il funzionario di Montecitorio avrebbe avuto più di una difficoltà a controllare una macchina gigantesca come quella dell’Economia.

Per sostituire il capo della Ragioneria dello Stato, Mario Canzio, Saccomanni ha pescato in Bankitalia: Daniele Franco, chief economist di via Nazionale. E da palazzo Koch è arrivato, con i galloni di consigliere, anche Vieri Ceriani (sottosegretario con Mario Monti e Grilli), che ha in parte oscurato il numero uno del Dipartimento Finanze, Fabrizia Lapecorella. Mosse, quelle di Saccomanni, capaci quindi di sfiduciare «l’apparato interno» che perciò non lo ha mai protetto, proprio come coi 150 euro da scippare ai docenti. Scivolone che lo stesso ministro ha poi scaricato sui dirigenti. E ora al Tesoro è guerra aperta.

Ormai indifeso e per lo meno depotenziato, Saccomanni è con le spalle al muro. L’ipotesi delle dimissioni, finora mai minacciate seriamente, resta nell’aria. Pronti per sostituire il ministro, Lorenzo Bini Smaghi e Domenico Siniscalco. Tutti e due i «candidati» in pole position sarebbero graditi al segretario Pd, Matteo Renzi. Il primo direttamente, il secondo per il tramite di Piero Fassino. Siniscalco, che ha già fatto il ministro dal 2004 al 2005 sostituendo “a tempo determinato” Giulio Tremonti, oggi è numero uno in Italia della banca d’affari Usa, Morgan Stanley.

E nell’advisory board della major americana ha appena chiamato proprio Bini Smaghi, magari per passargli il testimone al momento opportuno. In alternativa, il deputato Democrat, Giampaolo Galli (ex Confindustria). Renzi freme e potrebbe financo pretendere l’Economia con Letta, anche perché dietro l’angolo ci sono nomine pesanti: scadono i mandati nei gioielli di Stato Eni, Enel, Finmeccanica e Terna. E il sindaco vuole piazzare le sue bandierine.