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La fintech Revolut non ha fretta di sbarcare in Borsa nonostante la valutazione record di 200 miliardi di sterline circolata negli ambienti finanziari. Lo ha spiegato a Bloomberg, il fondatore e amministratore delegato della neobank britannica, Nik Storonsky, speficando che lo sbarco in Borsa non avverrà prima del 2028. La scelta riflette una logica tipicamente bancaria: consolidare la fiducia.
“Le società quotate sono percepite come più affidabili”, ha spiegato il ceo, sottolineando come la natura di banca, ormai acquisita con la licenza britannica, imponga standard reputazionali più elevati rispetto a una fintech pura.
Le parole del ceo sgombrano il campo da qualsiasi ipotesi di una quotazione imminente e al tempo stesso segnalano che Revolut non intende restare privata in perpetuo. Il percorso verso i mercati pubblici è tracciato, ma con i tempi dettati da Londra, non dagli investitori.
La valutazione da 200 miliardi
In attesa che il piano di quotazione si concretizzi, secondo quanto riportato dal Financial Times, all’interno di Revolut si discute di una valutazione compresa tra 150 e 200 miliardi di dollari per la futura Ipo. Un target che, se confermato, proietterebbe la fintech fondata nel 2015 tra le più grandi istituzioni finanziarie quotate d’Europa. In Italia la fintech inglese ha 4 milioni di clienti.
Revolut ha declinato di commentare le cifre. Ufficialmente, la società ribadisce di non aver fissato obiettivi di valutazione formali. Ma i numeri circolano, e Storonsky stesso, in un’intervista rilasciata lo scorso dicembre, aveva calcolato che la propria quota varrebbe circa 80 miliardi di dollari qualora la società raggiungesse quella soglia.
Vendita secondaria
Prima di approdare sui listini, Revolut ha in programma ulteriori operazioni di vendita secondaria di azioni. Storonsky ha precisato che il gruppo effettua questo tipo di transazioni “ogni uno o due anni”. L’obiettivo: offrire liquidità agli investitori di prima ora e ai dipendenti, prolungare la vita da privata e, storicamente, ottenere valutazioni via via più elevate.
Già a febbraio Bloomberg aveva anticipato che Revolut stava valutando una nuova vendita secondaria nel corso del 2026. Le ultime indiscrezioni indicano che l’operazione potrebbe concretizzarsi nella seconda metà dell’anno con una valutazione di 100 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai 75 miliardi raggiunti nel novembre scorso con la precedente transazione secondaria.
Nel 2025 ricavi a 4,5 miliardi di sterline
A fare da sfondo alla strategia di lungo periodo ci sono i numeri del bilancio 2025. Revolut ha chiuso l’anno con un utile pre-tasse record di 1,7 miliardi di sterline, in crescita del 57% rispetto al 2024. Un risultato notevole in assoluto, ma che segna un’evidente decelerazione rispetto al balzo di quasi il 150% registrato nell’esercizio precedente.
I ricavi sono saliti a 4,5 miliardi di sterline dai 3,1 miliardi del 2024, trainati dalle commissioni sui servizi offerti agli 68,3 milioni di clienti del gruppo.
Il modello di business è intanto in evoluzione: storicamente trainata da commissioni, interessi e attività crypto, Revolut sta accelerando sul credito. Per anni Revolut ha prosperato come “secondo conto corrente” per pagamenti e cambio valuta. Ora la strategia cambia passo. Il portafoglio prestiti è cresciuto del 120% a 2,2 miliardi di sterline, mentre sono in arrivo nuovi prodotti nel Regno Unito, tra cui carte di credito, prestiti personali e scoperti. La base clienti che utilizza Revolut come conto principale è cresciuta del 45% su base annua, anche se la società non ha divulgato il dato assoluto.
Espansione geografica negli Usa
Parallelamente, la strategia di Revolut punta sull’espansione geografica. È in particolare negli Stati Uniti. Il gruppo britannico opera oltreoceano dal 2020, ma in forma limitata, avvalendosi di banche partner. Con la nuova domanda di licenza bancaria, punta ad accedere direttamente ai circuiti di pagamento della Federal Reserve e a offrire prodotti di credito al dettaglio. Storonsky ha riconosciuto che il contesto politico è cambiato a suo favore:
“È ovviamente molto più semplice per noi con la nuova amministrazione, in aggiunta alle molte licenze bancarie che già deteniamo e alla licenza britannica appena ottenuta. Rispetto a due anni fa, è diventato molto più facile.”