Rendimenti BTP al 6% costano 19 miliardi in più l’anno

21 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Il rapporto tra debito pubblico e Pil italiano e’ sempre stato molto elevato. Attualmente si aggira intorno ai 1.905 miliardi di euro, pari al 120% del Pil: si tratta di uno dei tassi piu’ alti d’Europa. Tuttavia il paese si e’ sempre trovato in una posizione migliore rispetto ad altri stati periferici meno indebitati, perche’ i mercati percepivano il debito sovrano italiano come relativamente a basso rischio.

Ma da quest’estate le cose sono completamente cambiate. Il messaggio che il mercato sta mandando alla classe politica italiana e’ chiaro. Da agosto la sfiducia nelle capacita’ di crescita di un paese privo di una politica economica definita e coraggiosa sta rendendo ancora piu’ difficile la prova di sopravvivenza agli attacchi della speculazione.

Il differenziale tra come viene percepito il rischio paese italiano e quello tedesco, si sa, produce costi limitati nell’immediato. Ma se questi valori dovessero persistere ne deriverebbero sgravi ingenti per i conti pubblici. Con conseguente aumento di oneri per le casse pubbliche nazionali, costrette a pagare piu’ interessi sui titoli di stato agli investitori. E cosi’ si renderebbe sempre piu’ dura la vita di banche e altri potenziali – oltre che volenterosi – creditori.

Considerando che oltre l’83% del debito pubblico italiano e’ formato da titoli di stato, il livello dei tassi di interesse e’ da tenere sotto osservazione: i prezzi da pagare quest’anno saranno molto salati. Partendo dal valore del debito pubblico e dall’incidenza che il rendimento al 6% ha sulle nuove emissioni di BTP, si puo’ calcolare l’impatto che queste avranno sullo stock totale. Se la situazione dovesse protrarsi e il rendimento dovesse rimanere attorno al 6% lo stato si troverebbe a pagare 19 miliardi l’anno in più in spese per interessi.

C’è un importante elemento che bisogna però precisare. Pietro Alessandrini, ordinario di Politica economica ed esperto di politica monetaria europea, spiega così la situazione a WSI: “Nel calcolo dell’incidenza che un rendimento del BTP decennale pari al 6% ha sulle spese per il pagamento degli interessi sul debito da parte dello stato, è necessario tenere in considerazione che un tasso al 6% va a impattare sulle nuove emissioni dei decennali, e la percentuale di queste rispetto allo stock complessivo di debito pubblico è al momento piuttosto bassa”.

Inoltre, è “un fattore positivo” il fatto che la durata media del nostro debito pubblico oscilli attorno ai sette anni: questo significa che le nuove emissioni annue impattano poco sull’intero ammontare del debito pubblico.

Facendo due calcoli si evince che se questa crisi dell’euro dovesse rientrare con un effetto limitato a un solo anno, l’impatto del feroce allargamento del differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e tedeschi sopra citato farebbe lievitare il costo del debito pubblico di 4-5 miliardi di euro. Pari allo 0,32% del Pil.
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In luglio, dopo l’annuncio dei dettagli contenuti nel Def, il neo direttore di Bankitalia Ignazio Visco aveva sottolineato che “uno spostamento verso l’alto della curva dei rendimenti di 100 punti base comporta un incremento della spesa per interessi pari a circa 0,2 punti percentuali di Pil nel primo anno, e a 0,4 e 0,5 punti rispettivamente nel secondo e nel terzo anno”.

Se si tiene conto del fatto che in un anno il Tesoro emette tra i 420 e i 430 miliardi di titoli di Stato, un ampliamento del gap tra titoli italiani e tedeschi fa lievitare il costo della raccolta e gli oneri per gli interessi sul debito pubblico attorno ai 4,5 miliardi ogni anno. Una somma gestibile, a meno che lo spread con il bund tedesco non si allarghi ancora.

Le divisioni intestine della maggioranza e le scelte politiche poco coraggiose del governo non aiutano. A giudicare dall’andamento dei rendimenti sui titoli di stato, la bozza del decreto sviluppo a costo zero non e’ piaciuta ai mercati, che gia’ avevano bocciato la manovra finanziaria.

Anche perche’ nel Dl non c’e’ traccia di misure per rilanciare la crescita quali liberalizzazioni, revisione delle pensioni e investimenti nella ricerca e sviluppo, misure espressamente richieste dalla Bce nella lettera con cui qualche mese fa aveva commissariato l’esecutivo di Roma.

Intanto i tassi di interesse sui titoli sovrani dell’Italia sono tornati a testare il 6% e rischiano di pesare ancora di piu’ sulla crescita. Anche se la soglia giudicata insostenibile dagli analisti pari al 6,7% e’ ancora abbastanza lontana, non bisogna dimenticare che Grecia, Irlanda e Portogalo hanno trascorso 43 giorni di fila con rendimenti intorno al 5,5% prima che lo yield balzasse improvvisamente sopra il 6% e continuasse a salire giorno dopo giorno senza sosta.

E con l’aumentare del rendimento crescono i tassi di interesse su mutui e prestiti, rendendo piu’ difficile reperire credito e restituire i propri debiti per le famiglie italiane. Lo spread tra Btp italiani a dieci anni e bund tedeschi con consegna omologa e’ tornato ieri sopra i 400 punti, chiudendo la seduta a quota 401.

Come ha sintetizzato bene il direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali della Banca d’Italia, Daniele Franco, in un intervento alla Giornata del credito organizzata presso l’Abi a inizio mese: “Lo spread resta molto elevato perchè l’Italia e’ percepita come un Paese che ristagna, che ha un problema di crescita. La politica economica e’ percepita come confusa, conflittuale”.

La sintesi amara e’ che l’Italia non appare un paese compatto dietro le misure e le riforme da fare.

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