Referendum per dire stop ad austerity e Fiscal Compact

13 Giugno 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – È stato depositata ieri in Corte di Cassazione la proposta di Referendum “Stop austerità. Referendum contro il Fiscal Compact”, che ha per oggetto la legge 243 del 2012, la quale dà attuazione alla introduzione del principio di pareggio del bilancio in Costituzione (Legge costituzionale n. 1 del 2012).

Se si dovesse andare alle urne l’impressione è che in caso di raggiungimento del Quorum, il risultato sarebbe abbastanza scontato e prevarrebbero i no.

Uno dei rappresentati del Comitato promotore del voto popolare, il professore ordinario di economia politica all’Università del Sannio, Riccardo Realfonzo, ha spiegato le ragioni del referendum in un’opinione pubblicata sul sito Economia Politica.

Il Fiscal Compact rischia di rivelarsi deleterio per la ripresa. Costringerebbe infatti il governo italiano “a praticare ulteriori drastiche politiche di austerità, per i prossimi due decenni”, secondo Realfonzo.

“Si tratta di impegni che tecnicamente non possono essere rispettati, a meno di volere trascinare il Paese in una prolungata recessione dagli effetti sociali devastanti”.

“Per questa ragione, è bene che gli italiani si esprimano sul referendum che abbiamo proposto, respingendo un approccio di finanza pubblica pesantemente restrittivo che non ha alcuna giustificazione tecnico-scientifica. Il referendum ha per oggetto aspetti specifici della legge 243 del 2013, la quale dà attuazione al principio del pareggio di bilancio recentemente introdotto nella Costituzione (con la legge costituzionale n. 1 del 2012)”.

Tuttavia, il significato politico del referendum è molto chiaro. “Si tratta – scrive Realfonzo , che vanta diverse collaborazioni per Il Fatto Quotidiano – di chiedere ai cittadini di esprimersi finalmente sull’intero sentiero di austerità previsto dal Fiscal Compact”.

Un percorso impercorribile “all’insegna della più ottusa austerità”. In Italia, spiega sempre Realfonzo, a causa della risposta sbagliata alla crisi, il Pil resta oggi a un livello del 9% più basso rispetto allo scoppio della crisi e la disoccupazione è più che raddoppiata, passando da 1,5 a 3,1 milioni.