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Referendum costituzionale: Sì e No a confronto

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ROMA (WSI) – Il prossimo 4 dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per votare la riforma della costituzione, anche detta riforma Boschi dal nome della ministra per le riforme costituzionali che l’ha proposta insieme al presidente del Consiglio Matteo Renzi. La legge prevede importanti modifiche all’assetto delle istituzioni come il superamento del bicameralismo perfetto e la riforma del titolo V. Come prevede l’articolo 138 della Costituzione, la riforma sarà sottoposta alla volontà popolare.

E’ bene ricordare che nel referendum costituzionale non è previsto un quorum, ciò significa che la validità della consultazione non dipenderà a quante persone andranno a votare. Detto ciò vediamo nel dettaglio cosa dice il quesito referendario e le ragioni del Sì e quelle del No.

Cosa dice il quesito referendario

Recita testualmente:

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?”.

Ora vediamo nei dettagli le singole novità e le ragioni a sostegno del Sì al referendum e quelle del No.

Bicameralismo perfetto il nuovo ruolo del Senato

Con la riforma il bicameralismo perfetto, il sistema parlamentare per cui le due Camere, quella dei Deputati e il Senato, hanno gli stesso poteri, scompare: sarà solo la Camera a poter dare la fiducia al governo, approvare le leggi ordinarie e quelle di bilancio anche se il Senato sopravvive. Esso in particolare avrà il compito di fungere da ponte tra lo stato, regioni e comuni, e valuterà le politiche pubbliche.

Secondo i sostenitori del No in tal modo si elimina il potere di controllo che finora ha esercitato il Senato, aumentando al contempo il potere del Presidente del Consiglio. Inoltre si creeranno un numero indefinito di procedure legislative alternative che finiranno solo per creare confusione e conflitti tra i due rami del Parlamento. Il Sì invece sostiene che in tal modo il governo possa essere più stabile senza dover chiedere ad entrambi i rami del Parlamento il voto di fiducia  e l’approvazione delle leggi.

Il Senato inoltre sarà comporto da 100 senatori, anziché 315 attuali eletti non dai cittadini ma dai consigli regionali e dal presidente della repubblica, scelti tra sindaci e consiglieri regionali. Per il fronte del No i senatori finiranno per non lavorare a tempo pieno visto che dovranno svolgere il loro lavoro delle istituzioni di appartenenza e inoltre i criteri di selezione non sono trasparenti e si rinuncia alla loro elezione a suffragio universale, danneggiando il rapporto diretto con gli elettori.

Secondo i sostenitori del Sì invece l’incarico da consigliere regionale non è così impegnativo da impedire il lavoro in Senato e così facendo si risparmierà sui costi del senato perché i consiglieri regionali e sindaci hanno già un compenso.

Elezione del presidente della repubblica

All’elezione non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le camere in seduta comune e sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei parlamentari fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti. Secondo il fronte del No, riducendo il numero dei senatori si crea uno squilibrio tra le due camere l’elezione del capo dello stato rischia di finire nella sfera d’influenza del governo e del presidente del consiglio. Per il fronte del Sì invece il presidente della repubblica manterrà comunque i suoi poteri e il suo ruolo di garanzia e il quorum per l’elezione è più alto rispetto alla procedura attuale, non scende sotto ai tre quinti dei votanti e di solito all’elezione del presidente della repubblica partecipa il 98% degli aventi diritto.