Redditometro: il paradosso per chi spende meno

17 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI)- L’allarme era noto. Tutti gli esperti di fisco, con parole quasi identiche, si auguravano che il nuovo redditometro non si trasformasse in una sorta di studio di settore applicato alle famiglie. Per molti versi si è verificato esattamente l’opposto.

Redditest e redditometro, i due nuovi strumenti messi a punto dall’Agenzia dell’Entrate nella «lotta senza quartiere» all’evasione, presentano incoerenze e disfunzioni tipiche di un modello induttivo di solito applicato alle imprese.

Il meccanismo del Redditometro prevede l’analisi reddituale del contribuente, o di tutto il suo nucleo familiare, attraverso il confronto tra il reddito dichiarato e una serie di spese che si ritengono effettuate in ogni caso. In sostanza, il «paniere» delle spese familiari verrà rilevato sulla scorta dei dati presenti nella «Banca Dati Tributaria» (che riporta tutti i movimenti «tracciati» e quindi riconducibili al contribuente); in assenza di tali dati, si applicano, in via presuntiva, parametri base previsti dalla tabella Istat sulle spese medie di un nucleo familiare.

Per aiutare a capire meglio, i Consulenti del lavoro hanno individuato quattro casi esemplari in cui redditest e redditometro si incrociano creando una griglia del tutto virtuale.

«Partiamo con un esempio legato al turismo – spiega Rosario De Luca, responsabile Fondazione studi dei Consulenti del lavoro – se, compilando il Redditest alla voce “Spese per Alberghi” si indica un importo pari a zero, viene comunque conteggiato un valore di 660 euro annui così come previsto dalla media Istat.

Si tratta in sostanza di alcune voci di costo che comunque sono presuntivamente considerate come effettuate, anche se ciò realmente non avviene. Rientrano nella categoria delle spese considerate non strettamente necessarie per la sopravvivenza del contribuente e del suo nucleo familiare: gioielleria, argenteria, orologi, saloni di bellezza, parrucchieri, barbieri, estetiste, che quindi nel redditest concorrono a determinare l’incoerenza del contribuente».

E allora ecco il paradosso: una famiglia che, per risparmiare, ha passato l’estate in città tra una bibita ghiacciata e un po’ di condizionatore, vedrà comunque conteggiati 660 euro di spesa.

Invece qualche furbo potrebbe infilarsi nelle pieghe del meccanismo: alla voce gioielli infatti è indicata, secondo i consulenti, la spesa presuntiva di 60 euro. Se un evasore volesse sfruttare l’occasione, potrebbe acquistare un anello da mille o più euro e chiedere uno scontrino (che non rientra nella banca dati tributaria) rimanendo così sotto traccia.

Ma il terreno dei paradossi aperti da redditometro e redditest sembra davvero sconfinato, al punto da prestarsi persino a episodi che fanno sorridere. E così i Consulenti del lavoro sono andati a cercare il corto circuito del caso limite.

La Fondazione Studi ha esaminato tre casistiche (con tre soluzioni diverse) e un reddito certificato di 31 mila euro, ovvero quanto guadagna un dipendente dell’Agenzia delle Entrate (qualifica funzionale F1, compresi i redditi a tassazione separata costituiti da premi e incentivi riferiti ad anni precedenti) con residenza a Roma e Milano.

Sono state inserite spese induttive: si pensi alle assicurazioni auto (prettamente utilitarie), ad un minimo di spese per una vacanza annuale (500 euro), alle quote per l’energia elettrica (600 euro), il gas (600 euro) e la telefonia mobile e fissa (400).

Dunque non esattamente un tenore di vita da nababbi. Eppure il risultato è quantomeno sorprendente: nessuno dei tre dipendenti di Equitalia risulterebbe coerente al redditest. Segno che la legge è uguale per tutti, direte voi.

Certo, ma anche prova evidente che i parametri del redditometro appaiono a volte troppo restringenti e le variabili applicate non sempre affidabili. E chissà, magari potrebbe essere utile condurre la «guerra santa» all’evasione fiscale anche senza partire dal presupposto che chiunque sia evasore.

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