Recessione Italia: anche colpa della bolla immobiliare

1 Agosto 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Che nesso c’è fra l’immobiliare e l’attuale fase di profonda crisi economica? Il primo collegamento a cui penseremmo è la diffusa difficoltà ad accendere mutui per comprare casa, per effetto del credit crunch. In seguito, ci ricorderemmo che tutto è partito con lo scoppio della bolla immobiliare statunitense, ma in realtà c’è di più.

Lavoce.info ha studiato l’andamento del settore immobiliare negli ultimi decenni, focalizzando l’attenzione sui fattori che hanno favorito nel tempo il settore edilizio, ovvero sui motivi che spingevano i costruttori a edificare nuove abitazioni. C’era una reale domanda di immobili, un reale desiderio di comprare casa con un finanziamento a lungo termine? La risposta è no: sembra piuttosto che ci sia stata un’enorme bolla molto duratura, i cui effetti sono andati ben oltre la semplice crisi del settore.

I continui investimenti sul mattone hanno fatto sì che in Italia gli impieghi bancari fossero decisamente più sbilanciati verso le costruzioni che non sull’industria. Il fenomeno è ovviamente più visibile, secondo l’analisi, nel periodo dell’ultima bolla immobiliare degli anni 2000, ma la tendenza si manifestava già molto prima.

Lo scopo per cui si sono costruite sempre nuovi edifici non era certo quello di soddisfare una reale esigenza abitativa, ma solo il guadagno finale. Ciò è evidente da almeno tre dati: la sproporzione fra le case realizzate e l’effettiva domanda (circa 820 mila unità di troppo), l’aumento del prezzi di pari passo con il fiorire dei nuovi cantieri (crescita annua del 71% dal 1998 al 2007), e la tendenza a mettere sul mercato abitazioni sempre più piccole, per accrescere il guadagno al metro quadro.

Morale della favola: l’edilizia adesso è in crisi nera perché la bolla si è sgonfiata, e le risorse imprigionate nel settore non possono essere liberate per altri scopi. Ecco perché, secondo lavoce.info, sarebbe necessario rivedere la politica delle concessioni edilizie per i prossimi anni, limitandole alle reali necessità dei centri urbani (magari preferendo la riqualificazione alla costruzione), in modo da spostare l’asse degli investimenti su altri settori, dall’industria all’agenda digitale, e far ripartire il Paese.

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