RECESSIONE
O INFLAZIONE?

2 Settembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Giovanni Barone-Adesi e’ professore di economia all’USI. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La crisi dei mercati monetari rischia di complicare notevolmente il lavoro delle banche centrali. Nei mesi passati le autorità monetarie, preoccupate dall’evidente tensione sul mercato dell’energia, che ha iniziato a diffondersi ai prezzi delle derrate alimentari e delle altre materie prime, avevano iniziato ad alzare i tassi per raffreddare l’economia ed assicurare così la stabilità dei prezzi. È un esercizio difficile anche nelle migliori condizioni, perché richiede continue revisioni, tempestive e accurate, delle prospettive di crescita della domanda.

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La crisi di liquidità che attanaglia i mercati finanziari ha un impatto ancora difficilmente quantificabile sull’economia. L’incertezza che introduce nella valutazione delle prospettive di crescita rende improbabile che le banche centrali centreranno il loro obiettivo.

L’aumento della volatilità dei mercati finanziari indica lo scetticismo sul futuro che li pervade. Purtroppo le banche centrali non possono far molto di più in questa fase. Avendo assicurato, con un’ampia offerta di liquidità, che attività sane non debbano essere vendute a prezzi stracciati, sono tuttavia reticenti a modificare i tassi d’interesse in un quadro così confuso. Abbassare i tassi rischia di rinfocolare le tensioni dei prezzi delle materie prime, aumentarli rischia di trasformare il desiderato atterraggio morbido in un crash.

D’altra parte a questo punto il grosso della crisi sembra limitato a parti dell’industria finanziaria, anche se il suo perdurare avrebbe conseguenze disastrose sull’economia reale. Infatti un trilione di dollari in commercial paper deve essere rifinanziato nei prossimi due mesi, per garantire alle aziende la liquidità necessaria. Questo mercato funzionava grazie ai titoli che ne assicuravano l’approvvigionamento e ne ripartivano i modesti rischi. Il fatto che operatori poco trasparenti abbiano introdotto in esso surrettiziamente rischi più elevati ne ha bloccato gli ingranaggi. Il mercato, infatti, deve poter valutare il rischio per prezzarlo. Se scopre che le informazioni sono manipolate smette di funzionare.

Le poche aziende di alta qualità che riescono ad approvvigionarsi oggi devono pagare un premio del due per cento. Le aziende più piccole sono tagliate fuori. Sembrerebbe che il problema potrebbe essere ovviato temporaneamente dal credito bancario, data l’ampia liquidità disponibile, ma non è così. La regolamentazione internazionale, imposta da compromessi politici nonostante l’opposizione di molti studiosi, richiede che le banche abbiano riserve di capitale molto maggiori a fronte di prestiti diretti piuttosto che di titoli. Pertanto una piccola banca può svolgere un volume d’attività maggiore investendo in oscuri titoli piuttosto che finanziando aziende che conosce.

Quest’approccio, giustificabile in termini di diversificazione, diviene perverso se i rischi dei titoli non sono trasparenti. Ancora più preoccupante è il fatto che il capitale delle banche, dimensionato per i portafogli di titoli che finanziavano il credito, può non risultare adeguato se occorre tornare al finanziamento diretto, con l’applicazione dei coefficienti relativi. In qualsiasi caso è comprensibile la riluttanza delle banche ad estendere nuove linee di credito in un quadro così incerto.
L’assenza di soluzioni evidenti suggerisce che questa crisi è molto più strutturale di quanto le limitate perdite lascino supporre. Se è così la riduzione dei tassi sembra l’unico percorso sensato per non far frenare l’economia troppo bruscamente. Naturalmente se l’economia riparte occorre essere pronti a cambiare marcia.

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