Quanto costa alla Germania la crisi dei migranti

3 Dicembre 2015, di Alberto Battaglia

MILANO (WSI) – Dopo quel volto riverso sulla sabbia, quello del piccolo Aylan la cui morte ha commosso l’Europa, molti altri esuli hanno inseguito il suo stesso sogno. La fiumana di migranti ha quindi trovato il suo spiraglio, nella rotta balcanica e ha raggiunto in massa la più ambita delle destinazioni: la Germania. Quali conseguenze economiche porterà questo imponente arrivo, quali costi e quali opportunità?

Sono le domande che da diverse settimane si pongono il governo tedesco e diversi istituti di ricerca. La realtà, purtroppo, è meno rosea di quanto i facili ritornelli sui vantaggi dell’immigrazione abbiano cercato di convincere l’opinione pubblica. Il caso tedesco è e sarà sicuramente emblematico per comprendere come, al netto delle considerazioni politiche ed umanitarie, l’afflusso di richiedenti asilo incida sull’economia del paese ospitante.

Le ultime stime sull’ingresso dei richiedenti asilo in Germania sono cresciute, dalle 800mila unità previste, a 1,1 milioni per il solo 2015. Un documento dell’agenzia federale del lavoro, tenuto in un primo momento riservato, si aspetta pertanto 400mila nuovi aventi diritto ai sussidi sociali per l’anno prossimo. Secondo le statistiche dell’Agenzia, in aperto contrasto con la vulgata dei siriani altamente istruiti, l’81% dei migranti non è in possesso di alcun titolo di studio.

Saranno di 21,1 miliardi di euro nel solo 2015 i costi complessivi sulle casse pubbliche, secondo l’istituto Ifo di Monaco, tra vitto, alloggio e educazione per i migranti. Ancora più oneroso è, invece, il calcolo dei costi elaborato dal German Council of Economic Experts (l’organo collegiale dei cinque “saggi” nominati dal governo) che arriva a 22,6 miliardi. Secondo i “saggi” del Consiglio entro il 2020 saranno 500mila i migranti che si uniranno alla forza lavoro, mentre altri 350mila probabilmente saranno disoccupati.

Il punto fondamentale è, però, l’accesso al lavoro per i richiedenti asilo. Per agevolare l’ingresso dei migranti nel mercato del lavoro sia gli studiosi dell’Ifo sia quelli del German Council of Economic Experts si sono espressi contro il salario minimo tedesco, recentemente stabilito a 8,5 euro orari. Una settimana fa, tuttavia, il vicecancelliere, Sigmar Gabriel ha smentito ufficialmente che il salario minimo possa essere oggetto di modifica, anche per evitare la narrativa della guerra tra poveri. Mentre i costi economici sono pienamente gestibili grazie alle solide finanze tedesche, non può dirsi lo stesso per quelli politici con la popolarità della cancelliera Angela Merkel in caduta al 48%, proprio a causa delle politiche d’accoglienza disapprovate dal 47% dei tedeschi.

Parla un ricercatore dell’Ifo di Monaco

Michele Battisti, ricercatore dell’Ifo e studioso dell’economia dell’immigrazione offre un quadro più completo sulla questione migratoria in Germania e non solo.

Dottor Battisti, dai dati sembra emergere che il livello d’istruzione dei migranti, siriani inclusi, sia piuttosto basso...

La Siria è sicuramente un Paese più progredito, ma i suoi livelli di scolarizzazione non sono paragonabili a quelli europei. Il messaggio che è passato dai media, per i quali i siriani sarebbero tutti ingegneri nucleari è del tutto sbagliato. E’ molto forzato ritenere che la Germania abbia agito per un mero ritorno economico a breve termine.

L’integrazione dei richiedenti asilo quanto sarà impegnativa?

Non pensiamo che sarà così facile integrare queste persone, non lo diciamo per dare una visione negativa del fenomeno, ma al contrario per facilitarne l’inserimento nel mercato del lavoro. In particolare per quanto riguarda il salario minimo, introdotto di recente e pari a 8,5 euro orari, noi pensiamo che sia improbabile che i migranti abbiano fin dall’inizio le competenze sufficienti per poter trovare lavoro a quella cifra. Il salario minimo potrebbe essere un freno per le loro possibilità lavorative. Avanziamo quindi l’ipotesi di creare tipologie contrattuali per queste persone che possano andare al di sotto del salario minimo.

Più in generale cosa possiamo dire degli effetti economici dell’immigrazione?

L’effetto sul mercato del lavoro dell’immigrazione in generale è positivo. Secondo uno studio da me condotto insieme con Giovanni Peri e altri due studiosi dell’Ifo, gli effetti positivi dell’immigrazione dipendono anche dal Paese di destinazione: quelli dotati di maggiore mobilità e flessibilità sul mercato del lavoro e di stati più “leggeri” in termini di tasse e servizi possono trarne i maggiori benefici. Il discorso è simile anche per quanto riguarda la finanza pubblica: gli effetti possono essere negativi, ovvio a dirsi, soprattutto se questi immigrati fanno fatica a lavorare.

Nel caso italiano, ossia quello di un paese con un welfare importante e una disoccupazione relativamente elevata, il discorso è altrettanto valido?

La cosa più intuitiva è dire che gli effetti attesi di un aumento della forza lavoro siano negativi; ma quello che emerge nel nostro studio è che questo non è vero perché la quantità di lavoro disponibile non è un’entità data: l’ingresso dei migranti spesso crea nuovi posti, anche in realtà a disoccupazione relativamente alta.

E’ vero, come spesso si sente dire, che l’immigrazione provoca una pressione verso il basso dei salari?

In generale è quella degli immigrati precedenti la categoria che subisce la maggiore competizione coi nuovi arrivati. In generale l’effetto però non è visibile o molto contenuto. L’importante, come ha scritto anche l’Economist, è fare in modo che i richiedenti asilo possano lavorare presto. In molti Paesi questo non è nemmeno possibile. Anche in Germania la legge consente, in teoria, di poter lavorare dopo tre mesi, ma di fatto, a causa di briglie normative, passa circa un anno e mezzo prima che il rifugiato possa iniziare a lavorare.