PROPOSTA INDECENTE
PER L’ EURO

19 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Legare l’euro alle fluttuazioni dello Yen. Una proposta provocatoria ma, allo stato attuale, anche una delle poche soluzioni per tamponare la salita vertiginosa del Supereuro ai danni del dollaro. Proprio da Tokyo ieri era partita la rincorsa della moneta unica che al momento della chiusura dei mercati asiatici e dell’apertura di quelli europei, ha raggiunto il nuovo record storico: 1,3074 dollari per un euro e contemporaneamente lambiva i massimi annuali nei confronti della moneta giapponese. Poi, con il passare delle ore, il calo è stato netto e costante, fino a tornare sotto quota 1,3.

Ma anche il ripiegamento è una dimostrazione di come ormai il mercato dei cambi sia totalmente in mano alla speculazione e ieri motivi che suggerivano di vendere euro erano almeno due: le scadenze tecniche di oggi sul mercato dei derivati e la riunione dei paesi del G20 e del G7 prevista nel fine settimana a Berlino. Gli squilibri sul mercato dei cambi saranno il piatto forte delle discussioni tra i ministri economici e i banchieri centrali delle principali economie mondiali.

Proprio ieri il ministro delle Finanze tedesco, Hans Eichel, ha definito la corsa al rialzo dell’euro “uno sviluppo brutale” aggiungendo che ritiene opportune consultazioni dei rappresentanti europei con Usa e Giappone, magari per trovare una posizione comune. La posta in gioco è enorme: interi punti di pil nazionali possono essere “bruciati” dalle fluttuazioni monetarie, la competitività di sistema produttivo che “vive” di esportazioni (vale in particolare per Giappone, Cina, Germania e Italia) viene compromessa da un cambio innaturalmente sfavorevole, come avviene ora per l’Euro.

Ma la partita sarà almeno a quattro: impossibile dimenticare la Cina che ora siede definitivamente al tavolo dei grandi. Lo si è capito proprio il 28 ottobre scorso dall’eco sui mercati che ha avuto l’inaspettato rialzo dei tassi d’interessi operato dalla banca centrale di Pechino.

Addirittura qualche analista ha attribuito all’operazione (minima nell’entità: +0,27% ) proprio la volontà del Bank’s of people cinese di saggiare il proprio peso specifico.
Più che consultazioni però è probabile che si finisca con uno scambio di accuse reciproche: il dollaro troppo debole non piace agli europei e ai giapponesi che chiederanno agli americani i ridurre i deficit “gemelli”, causa della sua caduta verticale.

Per bocca del ministro del Tesoro, John Snow, l’amministrazione Bush confermerà la sua posizione: i due deficit, specie quello pubblico, saranno ridotti in tempi lunghi per non pregiudicare la crescita americana – già declinante come confermato tutti i principali indici macroeconomici – e gli europei dovrebbero riequilibrare facendo la loro parte in termini di aumento del pil.

Mentre ai giapponesi, che godono della crescita americana esportando i loro prodotti, Snow ricorderà che la riduzione del rapporto di cambio Yen/dollaro è un meccanismo di mercato che riequilibra la differenza tra i flussi di merce. Ma il vero problema europeo è che le posizioni a Berlino saranno almeno due: la Banca centrale europea sposerà in pieno la tesi americana: i prezzi delle monete li fa il mercato, e guai a tentare di manipolarlo.

La differenza è che quella degli americani è una convinzione strumentale, sbandierata ora che il dollaro viene spinto nella direzione che preferiscono, invece quella della Bce è una credenza dogmatica, che non si cura degli effetti dell’economia reale. Non a caso il caso l’euro cresce più di ogni altra valuta nonostante che l’Europa sia in questo momento l’area economica più stagnante del pianeta e questo non fa che diminuire le possibilità del Vecchio continente di ritrovare un ritmo di crescita più sostenuto.

Lo stanno sperimentando sulla loro pelle – o meglio sui loro bilanci e sulla difficoltà di rispettare i vincoli del Patto di Stabilità – praticamente tutti i principali governi di Eurolandia, che chiedono una qualche forma d’intervento a calmierare il Supereuro. Non servirà visto che le leve della politica monetaria ce l’ha Bce che, al di sopra di ogni pressione politica, continua a perseverare a guardare solo l’inflazione.

Proprio per questo la “soluzione giapponese” appare l’unica via d’uscita. Nel Sol Levante la progressione dell’economia nel terzo trimestre (a tassi impensabili per l’Europa a 3,9%) è stata frenata essenzialmente dalla componente estera della domanda, che ha sottratto uno 0,2% alla crescita. Le dichiarazioni pre-vertice del ministro delle finanze, Sadakazu Tanigaki, vengono interpretate come il primo passo di una strategia ben precisa: se dal G20 si uscirà con un nulla di fatto, la banca centrale giapponese interverrà a sostenere il dollaro per non pregiudicare i bilanci degli esportatori giapponesi e in maniera indiretta anche quelli europei che si troveranno a ringraziare Tokyo piuttosto che l’Eurotower di Francoforte.

Ai litigi degli “ex dominatori” dell’economia globale assisteranno i rappresentanti cinesi: forti di una crescita del 9% a trimestre faranno orecchie da mercante alle dichiarazioni di principio sugli obblighi reciproci alla stabilità che hanno tutte le grandi banche centrali e rimarranno sordi alle richieste di abbandonare un cambio fisso tra Yaun e dollaro che ormai non rappresenta più la forza relativa delle due economie. Infine aspetteranno di mettere sul piatto gli oltre 500 miliardi di dollari di riserve valutarie nelle casse di Pechino. Una pistola carica che nessuno si può permettere più d’ignorare.

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