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Oggi la piena diffusione del secondo pilastro pensionistico, ossia la previdenza complementare, fatica a consolidarsi. La partecipazione dei lavoratori è limitata, il TFR è poco impiegato come leva previdenziale e il gender gap occupazionale e contributivo penalizza soprattutto le donne.
Investire in fondi pensione sin dalla giovane età, utilizzare il TFR come strumento di crescita e promuovere politiche di adesione più inclusive diventano elementi fondamentali per garantire un futuro economico sicuro e sostenibile a tutti i lavoratori.
La fotografia è quella scattata da una ricerca di Moneyfarm secondo cui nonostante le riforme e le iniziative degli ultimi diciotto anni, la previdenza integrativa in Italia resta ancora marginale.
- Previdenza complementare: in quanti vi hanno aderito in Italia
- L’adesione alla previdenza integrativa: dati e territori
- Il divario di genere e l’urgenza di una previdenza femminile
- Pensioni femminili: una disparità evidente
- Quanto versano gli italiani nei fondi pensione
- Quanto si ottiene con il fondo pensione a fine carriera
Previdenza complementare: in quanti vi hanno aderito in Italia
Numeri alla mano, solamente il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risultano iscritti a un fondo pensione. Se si considera invece chi ha effettuato versamenti nell’arco degli ultimi dodici mesi, le percentuali scendono ulteriormente: 30,5% tra i dipendenti e 13,3% tra gli autonomi. Anche l’impiego del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) come strumento di investimento previdenziale rimane limitato: tra il 2007 e il 2024 solo il 23,8% del TFR generato dalle imprese italiane è confluito nei fondi pensione, leggermente in crescita rispetto al 22,2% del 2023.
La restante parte del TFR è rimasta nelle aziende, per un totale di 234 miliardi di euro, o è confluita nel Fondo di Tesoreria INPS, che raccoglie il TFR delle aziende con più di 50 dipendenti, per altri 105 miliardi. Nonostante ciò, il TFR continua a rappresentare quasi la metà della raccolta complessiva dei fondi pensione (42,5%), confermando il suo ruolo come leva cruciale per lo sviluppo della previdenza complementare.
L’adesione alla previdenza integrativa: dati e territori
Analizzando più nel dettaglio un campione rappresentativo di cittadini in età lavorativa, Moneyfarm ha rilevato che degli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, soltanto il 37% dispone di un fondo pensione, mentre il restante 63% è occupato senza forme di previdenza complementare o risulta inoccupato.
A livello territoriale, l’unica eccezione virtuosa è il Trentino-Alto Adige, dove il tasso di adesione tra i 25 e i 64 anni sfiora il 63%. Nessun’altra regione supera la soglia del 50%, mentre in coda alla classifica troviamo Campania e Sicilia, con tassi di adesione rispettivamente del 28,5% e del 28,9%.
Questi dati mostrano come il sistema pensionistico integrativo sia ancora poco radicato in molte aree del Paese, evidenziando la necessità di interventi mirati per stimolare la cultura previdenziale tra la popolazione lavorativa.
Il divario di genere e l’urgenza di una previdenza femminile
Uno dei problemi più rilevanti riguarda il divario di genere. Non solo le donne sono numericamente meno presenti tra gli iscritti ai fondi pensione (39% contro 61% degli uomini), ma il gap occupazionale le penalizza ulteriormente. Tra i 20 e i 64 anni, infatti, il tasso di occupazione femminile si attesta al 58,1%, 19 punti percentuali in meno rispetto al 77,3% degli uomini, con inevitabili ripercussioni sulla partecipazione alla previdenza integrativa.
La situazione migliore si registra per gli uomini tra i 55 e i 64 anni, quasi la metà dei quali (48%) ha sottoscritto un fondo pensione, mentre le donne coetanee si fermano al 42%. Al contrario, il segmento più critico riguarda le giovani donne tra i 25 e i 34 anni: solo il 25,5% possiede un fondo pensione, rispetto al 33,2% degli uomini della stessa fascia d’età. A titolo esemplificativo, tra le 4,7 milioni di donne tra i 55 e i 64 anni, appena 2,3 milioni fanno parte della forza lavoro attiva e solo 979.727 possiedono un fondo pensione.
Pensioni femminili: una disparità evidente
Il gender gap non si limita alla partecipazione, ma si riflette anche sull’ammontare delle pensioni. Nel 2024, le pensioni di anzianità femminili risultano inferiori del 15,4% rispetto a quelle maschili (1.884 euro lordi contro 2.227 euro), mentre per le pensioni di vecchiaia il divario sale al 30,1% (936 euro contro 1.340). Questo fenomeno è legato a carriere più brevi, stipendi mediamente inferiori, periodi di inattività contributiva e maggiore longevità. La previdenza complementare, quindi, diventa uno strumento essenziale per garantire sicurezza economica a lungo termine, soprattutto per le donne.
Quanto versano gli italiani nei fondi pensione
I contributi versati evidenziano ulteriormente questa disparità: le lavoratrici tra i 30 e i 34 anni con un Piano Individuale Pensionistico (PIP) versano mediamente 120 euro al mese, mentre i lavoratori tra i 60 e i 64 anni che investono in fondi pensione aperti arrivano a 315 euro mensili. I versamenti crescono progressivamente nel tempo per PIP e Fondi Pensione Aperti, mentre nei fondi negoziali raggiungono il picco intorno ai 60 anni. Le risorse accantonate ad oggi variano da un minimo di 5.910 euro per gli uomini tra i 30 e i 34 anni con fondo negoziale, fino a 32.260 euro per i 60-64enni con fondo aperto.
Quanto si ottiene con il fondo pensione a fine carriera
Infine Moneyfarm evidenzia come il fattore tempo sia determinante per accumulare capitale: ipotizzando che i versamenti continuino secondo le modalità attuali e considerando un rendimento degli investimenti pari al tasso d’inflazione, un trentenne con fondo pensione aperto potrebbe accumulare fino a 131.000 euro al compimento dei 67 anni, mentre le lavoratrici sessantenni con un PIP otterrebbero cifre molto più contenute.