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 Previdenza complementare, gli italiani ne riconoscono l’utilità ma meno di quattro lavoratori su dieci aderiscono

Gli italiani sono sempre più consapevoli che la pensione pubblica potrebbe non essere sufficiente a garantire un adeguato tenore di vita in futuro. Eppure, nonostante questa consapevolezza, la previdenza complementare continua a faticare a decollare. Tra scarsa conoscenza degli strumenti disponibili, diffidenza, informazioni poco chiare e tendenza a rimandare le decisioni, il secondo pilastro previdenziale resta ancora lontano dal coinvolgere una quota significativa di lavoratori.

È quanto emerge dal 7° Rapporto Assogestioni-Censis, l’indagine realizzata dall’associazione italiana del risparmio gestito insieme al Censis su un campione di lavoratori tra i 18 e i 50 anni. Lo studio assume particolare rilevanza alla luce delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, che interviene sulla disciplina della previdenza complementare a oltre trent’anni dalla Riforma Dini del 1995.

Previdenza complementare: consapevoli dell’utilità, ma le adesioni restano basse

La ricerca evidenzia come la maggioranza dei lavoratori riconosca il valore della previdenza integrativa. Il 76,1% di chi dichiara di conoscerla ritiene infatti che possa contribuire a mantenere o migliorare il proprio tenore di vita una volta terminata l’attività lavorativa. Inoltre, il 69,9% considera questi strumenti utili anche per finanziare progetti ed esigenze nella fase più avanzata della vita.

Nonostante ciò, il riconoscimento dell’utilità non si traduce automaticamente in adesione. Oggi i tassi di partecipazione alle forme di previdenza complementare rimangono inferiori al 40% della forza lavoro italiana.

Informazione carente e poca conoscenza delle nuove regole

Uno dei principali ostacoli continua a essere il deficit informativo. Solo il 28,9% dei lavoratori afferma di conoscere bene la previdenza complementare, mentre il 57,6% dichiara di averne una conoscenza solo generale. Un ulteriore 13,5% ammette invece di non conoscerla affatto.La situazione appare ancora più critica se si guarda alla conoscenza effettiva dei meccanismi di funzionamento. Soltanto il 17% degli intervistati dimostra una comprensione concreta degli strumenti previdenziali, mentre appena il 6% conosce in modo approfondito le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026.

A pesare è anche la qualità dell’informazione disponibile: il 55,8% degli intervistati ritiene che circolino informazioni poco chiare sulla previdenza complementare, mentre il 18,3% dichiara di aver ricevuto notizie poi rivelatesi false. L’indagine mette in evidenza anche un diffuso atteggiamento di procrastinazione. Il 45% dei lavoratori ritiene di avere oggi priorità più urgenti e preferisce rimandare le scelte legate alla pensione. Ancora più significativa è la quota di chi guarda con scetticismo alla pianificazione previdenziale: il 51,3% pensa che non abbia molto senso programmare il proprio futuro pensionistico perché le regole cambiano troppo frequentemente.

Si tratta di una percezione che rischia di entrare in conflitto con le aspettative degli stessi lavoratori sul livello delle future pensioni pubbliche.

Pensioni attese sotto il 50% dell’ultimo stipendio

In media gli intervistati stimano che la pensione pubblica corrisponderà al 48,4% dell’ultima retribuzione percepita. La percentuale sale al 49,7% tra i lavoratori dipendenti e scende al 41,5% tra gli autonomi. Nel dettaglio, il 24,7% si aspetta una pensione inferiore al 40% del reddito da lavoro, il 46,7% prevede un assegno compreso tra il 40% e il 60%, mentre soltanto il 17,4% ritiene che supererà il 60%. L’11,2% dichiara invece di non sapere quale sarà il proprio tasso di sostituzione.

Il pessimismo sul futuro previdenziale appare diffuso. Per il 76,6% dei lavoratori l’innalzamento dell’età pensionabile non sarà sufficiente a garantire pensioni adeguate, mentre l’80,3% è convinto che le nuove generazioni non riusciranno ad avere una pensione dignitosa. Particolarmente significativo è il divario tra l’età alla quale i lavoratori vorrebbero lasciare il lavoro e quella che ritengono realisticamente raggiungibile.

Il 64,8% degli intervistati vorrebbe andare in pensione entro i 60 anni. Una preferenza condivisa dal 68,1% dei giovani tra 18 e 35 anni, dal 65,1% della fascia 36-45 anni e dal 59,3% dei lavoratori tra 46 e 50 anni. L’età media desiderata per il pensionamento è pari a 60 anni. La realtà percepita è però molto diversa. Solo il 9,3% pensa che riuscirà a smettere di lavorare prima dei 65 anni, il 34,4% prevede di andare in pensione tra i 65 e i 69 anni, mentre il 56,3% ritiene che dovrà attendere almeno i 70 anni. L’età media attesa per il pensionamento raggiunge così i 69 anni, con uno scarto di ben nove anni rispetto alle aspettative.

La consulenza può fare la differenza

Secondo il rapporto, un ruolo decisivo per aumentare le adesioni potrebbe essere svolto dalla consulenza professionale. Il 55% dei lavoratori che conosce la previdenza complementare afferma che probabilmente aderirebbe se potesse contare sul supporto di un consulente esperto e ritenuto affidabile. Inoltre, il 55,9% degli intervistati dichiara di apprezzare l’affiancamento di professionisti in grado di spiegare con chiarezza opportunità, benefici e rischi delle diverse soluzioni previdenziali.

Per Assogestioni, le nuove misure introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 rappresentano un’opportunità concreta per rafforzare il secondo pilastro pensionistico. Tuttavia, perché il potenziale della riforma si traduca in una crescita effettiva delle adesioni, sarà fondamentale investire nell’alfabetizzazione previdenziale e nella diffusione di informazioni chiare e comprensibili. Una sfida che non riguarda soltanto il futuro dei singoli lavoratori. Come sottolinea Assogestioni, una maggiore diffusione della previdenza complementare può contribuire anche alla stabilità del sistema finanziario, rafforzando il ruolo degli investitori istituzionali e favorendo una più efficiente allocazione del capitale a sostegno dei mercati e dell’economia reale.