Piketty è morto, viva Piketty

17 Settembre 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – La tesi dell’economista diventato una sorta di rock star e paladino dei più deboli grazie al successo del suo libro sul nuovo Capitalismo non ha più valore.

È l’opinione espressa dagli analisti di Morgan Stanley e dall’illustre economista dell’LSE Charles Goodhart. Non sono i soli a pensare che Thomas Piketty si sbagli. Ma la loro tesi è una delle più affascinanti pubblicate sin qui sul tema della disparità di reddito nel capitalismo globalizzato del nuovo millennio.

Dai loro calcoli risulta che la percentuale di reddito destinata ai lavoratori inizierà presto a risalire. Merito dell’andamento demografico e dell’incremento sempre più timido della percentuale di forza lavoro mondiale.

“Piketty appartiene ormai alla storia”, scrivono gli analisti in una ricerca, e non al futuro inellutabile di un mondo di ingiustizie e disparità salariali. Se i trend demografici attuali faranno aumentare le disuguaglianze, allora – sostiene sempre il team di economisti anglofoni – l’inversione dell’andamento porterà a una riduzione del gap tra ricchi e poveri.

Dal 1980 al 2010 è vero che il mercato del lavoro non ha più l’influenza che aveva prima nella determinazione delle buste paga. Il lavoro scarseggia e la percentuale del Pil che deriva dalle retribuzioni guadagnate dai dipendenti attraversa una fase calante.

Il tasso, che è sceso dal 1970 a oggi nella maggior parte delle economie industrializzate, è tuttavia destinato a tornare ad aumentare. Il periodo ha difatti coinciso con un’esplosione del numero di lavoratori nel mondo e di conseguenza nella loro capacità di influenzare l’economica mondiale. La popolazione in età lavoragiva in Cina e nell’Est Europa è salita di ben 300 milioni tr il 1990 e 2014. Un tale boom demografico avrà vita breve.

Secondo Goodhart e Morgan Stanley è questo fattore più di ogni altro elemento citato dall’economista francese ad aver mantenuto bassi gli stipendi nelle economie industrializzate.

Se l’offerta di forza lavoro, rispetto al capitale, sale, il suo prezzo (ovvero il tasso degli stipendi) scende. È esattamente quanto successo negli ultimi 35 anni nei mercati industrializzati. Se l’offerta di manodopera cresce, non si riducono solo i salari, bensì anche la produttività marginale del lavoro.

Se Morgan Stanley e Goodhart hanno ragione, tale tendenza è destinata a invertirsi presto. Nel 2005, per fare un esempio, la forza lavoro globale cresceva al ritmo di 70 milioni di lavoratori l’anno. Ora ha iniziato a calare e scenderà ulteriormente, di altri 30 milioni, entro la fine degli anni 2030.

Questo fenomeno “non solo aumenterà la quota di Pil che andrà a riversarsi sui salari, ma ridurrà anche le disparità di reddito sia a livello nazionale che mondiale”.

(DaC)