Piazza Affari, circa 8 società quotate su 10 non sono scalabili

17 Giugno 2020, di Mariangela Tessa

Le società quotate a Piazza Affari hanno un’elevata concentrazione della proprietà, ovvero gli azionisti di maggioranza hanno in mano il controllo assoluto delle partecipazioni.

E’ quanto si legge nella Relazione Annuale della Consob, presentata ieri dal presidente Paolo Savona, da cui emerge che la maggioranza delle società quotate italiane è controllata di diritto in 123 casi.

Un numero che pesa per il 77% della capitalizzazione di mercato. In 57 casi un azionista detiene una quota di capitale inferiore al 50%, mentre in altri 23 casi sono presenti patti parasociali di controllo.

Si registra inoltre un calo delle società a proprietà diffusa: si tratta di 13 titoli che pesano per il 20,5% della capitalizzazione di mercato.

Il modello di controllo prevalente continua a essere quello familiare, con 152 società che pesano per il 33% della capitalizzazione di mercato, mentre le imprese a controllo pubblico incidono per il 38%.

Il risparmio degli italiani

Parlando invece del risparmio, Savona ha spiegato che a fine 2019 le famiglie italiane disponevano di una ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria, al netto dell’indebitamento, pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile, di cui 3,7 volte in forma di attività finanziarie, per un ammontare di 4.445 miliardi di euro.

“Gli italiani sono tutt’altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere, mentre sono formiche che lavorano per sostenere molte cicale estere, anche quelle di paesi che hanno un ben differente rilievo economico, come il Canada, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Belgio, la Francia e la gran parte dei paesi sudamericani. Ciò è valido guardando sia alle consistenze, sia ai flussi annuali di risparmio dei paesi citati”

L’Italia – ha spiegato ancora Savona –  “non rappresenta un problema finanziario per il resto dell’Europa e del mondo, ma una risorsa di risparmio a cui l’estero attinge in diverse forme per la sua crescita”.

A giudizio di Savona questo contributo dell’Italia deve essere riconosciuto

“evitando di concentrare le valutazioni sull’indebitamento pubblico, trascurando parametri che ignorano la solidità e la stabilita’ del risparmio interno e alimentano pregiudizi piuttosto che indurre fondate valutazioni. Questa considerazione sposta l’attenzione e l’impegno sul ruolo della politica interna ed europea nel determinare la fiducia. All’Italia non mancano solide fondamenta reali, ma scarseggia la loro giusta considerazione”. Nella prima parte del 2020, nonostante la gravita’ della pandemia Covid-19 e i timori degli effetti sull’economia, aggiunge Savona, il risparmio ha reagito positivamente, ricomponendo gli investimenti a favore della moneta in linea con le ben note reazioni degli investitori alle incertezze.