Piattaforma Rousseau: chi era Jean-Jacques, il filosofo

3 Settembre 2019, di Alberto Battaglia

Il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau non visse abbastanza da poter vedere l’influenza del suo pensiero sulle menti che guidarono, 11 anni dopo la sua morte, la rivoluzione francese. E di certo non poté nemmeno lontanamente immaginare che l’impronta lasciato sul concetto stesso di democrazia, gli sarebbe valsa una dedica esplicita nell’agorà tecnologica di un partito nato oltre 230 anni dopo la sua scomparsa, il Movimento 5 stelle.

Rousseau nacque a Ginevra nel 1712, e rientra tradizionalmente nel gruppo di filosofi illuministi che culminerà, vari anni più tardi, nella figura di Emanuele Kant. Nato da una famiglia di umili origini, il giovane Jean-Jacques non poté contare su un’istruzione regolare. Le vicende biografiche degli anni giovanili sono caratterizzate da eventi burrascosi, che poco hanno a che vedere con la tradizionale figura  del letterato; lo stesso Rousseu le riterrà le sue vicende personali interessanti al punto da dedicarvi un’autobiografia apertamente ispirata a Sant’Agostino, “Le Confessioni”.
A 29 anni, quando approdò a Parigi, Rousseau aveva sviluppato il suo talento in ambito prevalentemente musicale (viene ricordata, fra le sue composizioni, “L’indovino del villaggio”, una piccola opera buffa). Entrò quindi in contatto con il gruppo di philosophes al lavoro sul grande progetto dell’Enciclopedia: Diderot, Voltaire, Condillac. Rousseau fu così invitato a contribuire all’opera redigendo alcune voci legate proprio alla scienza musicale. Solo a 42 anni Rousseau scriverà la prima grande opera di carattere politico, destinata ad avere un’immensa influenza sugli eventi rivoluzionari francesi e non solo: Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes (1754). In questo lavoro, il filosofo indaga sulle origini della proprietà privata, mostrando forti convinzioni egualitariste:

“Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile”, scriveva Rousseau nel suo primo capolavoro, “quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avesse gridato ai suoi simili: ‘Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!’”.

Nel 1762, Rousseau scrisse altri due lavori di forte influenza. Il primo, l’Emilio, è un romanzo pedagogico sull’educazione dei giovani imperniato sull’idea che la formazione, lungi dall’essere la mera trasmissione di regole e convenzioni sociali, dovrebbe essere basata sull’esperienza libera della natura. La seconda, e forse maggiore fra le opere del filosofo, è il Contratto Sociale. Approfondendo l’esperienza del Discours, Rousseau si interrogò sull’organizzazione sociale in grado di “resettare” le ingiustizie degli uomini che progressivamente li avevano allontanati da uno stato di natura privo di disuguaglianze. Il Contratto sociale è, in sintesi, un accordo fra gli individui che si sottomettono liberamente alla volontà generale. E’ dunque un’organizzazione mediata non più a livello dei singoli uomini, bensì fra gli individui e le leggi che sono, a loro volta, l’espressione della volontà generale.

Si inizia così a comprendere perché, in un’epoca ancora segnata dall’assolutismo del sovrano, le opere di Rousseau fossero reputate socialmente pericolose. Nessuno, infatti, poteva essere escluso dal suo ruolo nella formazione della volontà generale: in questo senso il pensiero del filosofo rientra fra i modelli ispiratori della democrazia moderna, in contrasto con l’idea di monarchia “divina”. Il filosofo, in quest’opera, delinea in modo embrionale anche un principio di laicità definendo come fede civile quella nella “santità delle leggi”. A questo aspetto, però, veniva considerata fede civile anche l’esistenza di Dio e di una vita futura che prevedesse premi e castighi (Rousseau, fu prima calvinista e poi deista come Voltaire).

Fra i molti aspetti della filosofia di Rousseau che hanno affascinato Gianroberto Casaleggio e il pensiero del Movimento 5 stelle, ne emergono almeno due. Nel terzo libro del Contratto Sociale, infatti, viene stabilito con forza che lo Stato e il Governo sono subordinati al potere sovrano del popolo e della volontà generale da quest’ultimo espressa. Ben conoscendo la tendenza dei governanti ad agire per fini particolari e non di interesse generale, Rousseau esclude che il contratto possa dirsi rispettato se il governo non rispetta il mandato conferitogli. Da qui, la centralità della cittadinanza e della politica “al servizio dei cittadini” da sempre invocata da Beppe Grillo e da Casaleggio. Ma non è tutto. Sempre nel terzo libro, si intravede con chiarezza quel sogno di democrazia diretta, immaginata come segue da Roussaeu e resa possibile, secondo il M5s, dal progresso tecnologico moderno:

“La sovranità non può rappresentarsi per la stessa ragione onde non può essere alienata: essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: od è la stessa, od è un’altra, non vi ha punto di mezzo”, scrive il filosofo nel XV capitolo della sua opera maggiore. “I deputati del popolo non sono dunque, né possono essere suoi rappresentanti, sono soltanto suoi commissari, e non ponno conchiuder nulla definitivamente”, pertanto la ratifica del popolo è un obbligo per ogni atto legislativo. Scriveva Rousseau: “Qualsiasi legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona, è nulla, non è una legge. Il popolo inglese pensa d’esser libero; ei s’inganna a partito; e non è libero se non durante l’elezione dei membri del parlamento: non appena li ha eletti, che torna schiavo e non è più niente. Nei brevi istanti di sua libertà, per l’uso che ne fa, merita di perderla”.