Petrolio: tensione resta alta. Dove andranno i prezzi?

22 Aprile 2020, di Mariangela Tessa

Non si arresta la discesa del prezzo del greggio, dopo che i contratti Wti di maggio scaduti ieri sono scesi per la prima volta in territorio negativo. Questa mattina le vendite colpiscono ancora il Brent che scende del 12,69% a 16,98 dollari al barile sui minimi dal 1999 mentre il Wti scadenza giugno cala del 5,53% a 10,93 dollari.

Quali sono i fattori che hanno spinto in alto i prezzi?

Lo spiega John Plassard, Investment Specialist del Gruppo Mirabaud, in una nota:

“Esistono ovviamente diverse ragioni per il crollo del prezzo del petrolio, ma ne spiccano soprattutto tre. Anzitutto c’è una spiegazione tecnica. Con la scadenza del contratto per il WTI con consegna a maggio e con la capacità di stoccaggio quasi esaurita nelle ultime settimane, i venditori sono stati costretti a tagliare i prezzi.

Un altro fattore riguarda l’offerta e la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia. Infine, il crollo della domanda. Lo shock di domanda cinese (la Cina è il più grande consumatore di petrolio, con circa 14 milioni di barili al giorno) è stato aggravato dal fatto che la pandemia ha coinciso con le festività del Capodanno cinese.

La scorsa settimana l’OPEC aveva confermato “uno shock brutale, estremo e planetario” nel mercato dell’oro nero. In base alle stime pubblicate nel suo report mensile, l’Organizzazione prevede che il consumo mondiale raggiungerà quest’anno i 92,82 milioni di barili al giorno (mbd), un calo “senza precedenti” di circa 6,85 mbd rispetto al 2019 (-6,87%)”.

Tutto questo mentre la scelta dell’OPEC+ di tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili nei mesi di maggio e giugno (per poi scendere gradualmente nel corso del 2020 e del 2021) ha dimostrato di essere stata insufficiente per stabilizzare l’equilibrio tra la domanda e l’offerta.

“Le pressioni per tagliare la produzione di altri 5 milioni di barili da parte dei Paesi del G20 non facenti parti del nuovo cartello OPEC+ (principalmente USA, Canada e Brasile) non hanno avuto effetto. Tenendo conto delle politiche industriali delle amministrazioni Trump e Trudeau pensiamo che difficilmente i due Paesi interverranno ponendo un limite alla produzione, anche considerando che a prezzi così bassi gli imprenditori privati di shale oil saranno costretti a rendere inattive molto trivelle, come hanno dimostrato i numeri pubblicati da Baker Hughes sulle trivelle attive nelle ultime settimane.

Tra tagli dell’OPEC+ e discesa forzata da parte degli shail oil producers la diminuzione dell’offerta in maggio si dovrebbe attestare tra gli 11 e i 13 milioni di barili, ancora insufficiente a equilibrare il calo della domanda che anche a maggio dovrebbe attestarsi attorno ai 15 milioni di barile.

Ricordiamo come lo stesso direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il turco Fatih Birol, abbia stimato in 30 milioni di barili il calo della domanda di aprile (denominato “Black April”) rispetto allo scorso anno e che potrebbe risalire solo leggermente nel mese di maggio. Secondo le stime dell’AIE il recupero della domanda sarà molto graduale (a dicembre 2020 la domanda sarà sempre in calo di 2,3 mln b/d rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente)” ha spiegato Filippo Diodovich, senior strategist di IG Italia.

Cosa aspettarsi nel breve periodo?

“Probabilmente il peggio è alle nostre spalle. Come abbiamo visto, molti fattori influenzano il prezzo del petrolio. Eppure, la Cina, in quanto principale consumatore a livello mondiale, resta un elemento chiave. Il bilancio petrolifero cinese è infatti caratterizzato da un consumo di circa 14 milioni di barili al giorno e importazioni di circa 14 milioni di barili al giorno, ovvero il 10% della domanda mondiale. Il rimbalzo dell’attività industriale cinese visto nelle ultime settimane dovrebbe gradualmente far tornare la domanda con la ricostituzione delle scorte” spiega Plassard. 

Diversa l’opinione di  Diodovich, secondo il quale:

“il mercato del petrolio rimarrà sotto pressione nelle prossime settimane con ulteriori cali che potrebbero stabilizzare i prezzi dei contratti future WTI con scadenza a giugno sul livello dei 10-12 dollari al barile. Tali aspettative negative sui prezzi petroliferi sarebbero annullate solamente con una maggiore cooperazione tra Paesi produttori e un deciso miglioramento nei numeri dell’emergenza coronavirus in grado di accelerare il processo di riapertura delle attività economiche”.