Economia

Petrolio sopra i $90 dollari, JPMorgan teme effetto sui mercati: “S&P 500 a rischio -15%”

Un petrolio stabilmente sopra i 90 dollari al barile potrebbe trasformarsi nel principale fattore di rischio per i mercati azionari globali. È lo scenario delineato dagli analisti di JPMorgan, secondo cui l’attuale fase di tensione sulle quotazioni energetiche potrebbe innescare un vero e proprio “effetto domino” capace di spingere l’azionario statunitense verso una correzione significativa. Nel mirino degli strategist c’è in particolare l’andamento del S&P 500, che in presenza di prezzi del greggio persistentemente elevati potrebbe subire un ribasso compreso tra il 10% e il 15%. Una dinamica che non resterebbe confinata agli Stati Uniti, ma che rischierebbe di trasmettersi rapidamente anche ai mercati internazionali e a quelli emergenti.

Brent vicino ai 100 dollari tra tensioni geopolitiche

Il campanello d’allarme arriva mentre il Brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e il Wti quota circa $93 dollari. A sostenere le quotazioni sono soprattutto i timori di interruzioni dell’offerta legati al conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Secondo gli economisti della banca, se il greggio dovesse salire ulteriormente — avvicinandosi o superando quota 120 dollari al barile — la pressione sui listini azionari potrebbe intensificarsi. L’aumento dei costi energetici tenderebbe infatti a comprimere i margini aziendali e ad alimentare aspettative di inflazione più persistente.

L’analisi di JPMorgan evidenzia due canali attraverso cui il caro petrolio potrebbe trasmettersi all’economia reale.
Il primo è diretto: prezzi più elevati del gasolio riducono il potere d’acquisto delle famiglie. Negli Stati Uniti il costo medio della benzina ha già raggiunto 3,63 dollari al gallone, in aumento di circa il 21% dall’inizio delle tensioni geopolitiche. Il secondo è più sottile ma altrettanto rilevante: il cosiddetto effetto ricchezza. Con un calo dei mercati azionari, le famiglie tendono a ridurre i consumi per compensare la perdita di valore dei propri investimenti finanziari.

Il peso di questo meccanismo è potenzialmente significativo. Le famiglie americane detengono infatti oltre 56 mila miliardi di dollari in azioni e fondi comuni. Una flessione del 10% dell’indice S&P 500, stimano gli analisti della banca, potrebbe tradursi in una riduzione dei consumi intorno all’1%. L’effetto combinato tra energia più cara e calo dei mercati finanziari rischierebbe quindi di amplificare l’impatto sull’economia.

Timori di recessione

A proposito di economia Usa, ieri Mark Zandi, capo economista di Moody’s, ha spiegato che il quadro macroeconomico degli Stati Uniti è destinato a peggiorare finché lo Stretto di Hormuz rimarrà di fatto bloccato al passaggio delle petroliere. Ciò avverrebbe nonostante gli Stati Uniti oggi producano volumi di petrolio e gas naturale complessivamente vicini al proprio fabbisogno interno.

L’economista ha sottolineato che, se la situazione non dovesse normalizzarsi nel giro di poche settimane, l’ipotesi di una recessione diventerebbe sempre più concreta. Già prima dell’escalation militare con Iran, gli indicatori previsionali basati su modelli di machine learning elaborati da Moody’s segnalavano una probabilità del 49% di recessione negli Stati Uniti nei successivi dodici mesi. Alla luce delle nuove tensioni geopolitiche, Zandi ritiene che al prossimo aggiornamento del modello tale probabilità possa salire al 50% o oltre, indicando un rischio ormai prossimo alla soglia di equilibrio tra espansione e contrazione economica.