Economia

Petrolio, prezzi in aumento. Poche scorte e paura per l’uragano

I prezzi del petrolio sono aumentati per cause disparate. L’aumento sia al calo delle scorte di greggio negli Stati Uniti, il primo consumatore mondiale di carburante, sia dall’incertezza generata dall’uragano nel Golfo del Messico, che ha tenuto gli investitori in sospeso. Alle 16:54 ora di Greenwich, il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto gli 85,36 dollari (+0,53%). 

Oggi, Barclays ha aggiornato al rialzo le sue stime sul prezzo del petrolio Brent per il 2024, portandolo a 97 dollari al barile. Questa revisione è stata motivata dalla previsione di un ulteriore restringimento degli equilibri di mercato nel prossimo anno.

Secondo la banca, il principale fattore alla base di questa aspettativa è il rallentamento nella crescita dell’offerta di petrolio da parte di produttori non affiliati all’OPEC+, in particolare gli Stati Uniti. Inoltre, Barclays ha evidenziato la persistente sottoproduzione da parte di alcuni membri dell’accordo OPEC+ a causa di limitazioni strutturali.

Barclays ha formulato previsioni che indicano un deficit di offerta di 670 mila barili al giorno (kb/g) nel 2023 e di 250 kb/g nel 2024. La banca raccomanda di adottare una posizione long sullo spread call, che prevede un intervallo di prezzo tra 90 e 95 dollari al barile, per il contratto di gennaio 2024, con un costo netto di 1,1 dollari al barile.

Petrolio Brent, i motivi dietro a questo aumento

L’attuale aumento del Brent presenta molteplici ragioni. Tra questi fattori, merita particolare attenzione la dinamica delle riserve petrolifere statunitensi, che ha sorpreso gli osservatori per l’entità dell’abbassamento registrato nella settimana conclusa il 25 agosto. In un contesto in cui le aspettative erano differenti, le fonti di mercato che hanno fatto riferimento all’American Petroleum Institute hanno reso noti dati indicanti una riduzione di ben 11,5 milioni di barili. Questo scenario ha suscitato risonanza nell’ambiente degli investitori e ha svolto un ruolo nel sostenere l’impennata dei prezzi.

Parallelamente, un’ulteriore variabile che ha mantenuto gli investitori in uno stato di attenta vigilanza è stato l’uragano Idalia, che ha iniziato a muoversi nel Golfo del Messico, precisamente nelle vicinanze dei principali poli di produzione di petrolio e gas naturale degli Stati Uniti. Questa regione, come segnalato dall’Energy Information Administration (EIA), rappresenta approssimativamente il 15% della produzione petrolifera totale degli Stati Uniti, oltre che circa il 5% della produzione di gas naturale. L’impatto potenziale di questo uragano sul mercato petrolifero ha indotto la compagnia petrolifera Chevron Corp a procedere con l’evacuazione di una parte del proprio personale dalla regione, pur continuando la produzione.

Oltre a questi fattori specifici, emergono preoccupazioni crescenti riguardo all’economia cinese, che hanno contribuito ad amplificare le tensioni sul mercato del petrolio. Gli ultimi dati economici provenienti dalla Cina dipingono un quadro poco favorevole, con particolare riferimento all’aumento del tasso di disoccupazione tra i giovani, raggiungendo i livelli più elevati degli ultimi decenni.

Ulteriori indicatori economici hanno documentato una significativa contrazione della produzione industriale negli Stati Uniti, oltre a una flessione negli investimenti in beni strumentali e nelle esportazioni durante gli ultimi mesi.

È importante sottolineare che la Cina occupa una posizione centrale all’interno del panorama petrolifero globale, rappresentando il maggiore consumatore di petrolio. Tuttavia, il rapporto più recente di Vortexa ha segnalato la possibilità che la domanda di petrolio da parte della Cina abbia raggiunto il suo picco in quest’anno, anche se si assiste a un aumento delle riserve nazionali. In un contesto in cui la richiesta di petrolio nel paese è cresciuta, una parte significativa di tale incremento è stata destinata ad alimentare l’accumulo di riserve strategiche.

I tagli in Arabia Saudita e il colpo di Stato in Gabon

All’inizio di questo mese, l’Arabia Saudita ha prolungato la sua riduzione volontaria della produzione di petrolio di 1 milione di barili al giorno fino alla fine di settembre, e ha indicato la possibilità di ulteriori estensioni oltre tale data. Inoltre, la Russia ha dichiarato che a settembre ridurrà le esportazioni di petrolio di 300.000 barili al giorno. In base a queste aspettative, le fonti nell’industria della raffinazione intervistate da Reuters prevedono un aumento dei prezzi ufficiali di vendita del petrolio dell’Arabia Saudita per tutte le tipologie di greggio vendute in Asia nel mese di ottobre, raggiungendo i massimi dell’anno.

Oltre a tutti questi problemi, nei giorni scorsi si è verificato un colpo di stato in Gabon, il che potrebbe influire sulle forniture di petrolio del paese e ulteriormente restringere l’offerta sul mercato. Da maggio a luglio, il Gabon ha esportato una media di 160.000 barili al giorno in Asia, secondo i dati di monitoraggio delle navi di Kpler.