Perché è ora di passare dall’open banking all’open finance

14 Giugno 2022, di Valentina Magri

La PSD2 (Payment Services Directive 2), ossia la direttiva europea sui servizi di pagamento, entrata in vigore nel settembre 2020, ha reso possibile l’open banking. Ma in un’ottica evolutiva, è ora di passare all’open finance. Vediamo cosa sono e come si differenziano tra loro.

Cos’è l’open banking

L’open banking è l’open innovation (innovazione aperta) applicata al settore finanziario. Tale modello di innovazione presuppone per definizione un’evoluzione aziendale condotta attraverso idee interne e apertura verso l’esterno: startup, centri di ricerca, altre aziende, università ecc.

La PSD2 infatti ha imposto un modello bancario più aperto, in cui gli istituti di credito condividono i dati dei clienti, previa autorizzazione di questi ultimi. I dati sono inviati ai third-party providers (TPP, ossia sviluppatori terzi) attraverso le application programming interfaces (API), ovvero le interfacce di programmazione delle applicazioni, che contengono dati utili a sviluppare nuovi prodotti e servizi.

Tuttavia, l’open innovation andrebbe estesa al settore finanziario in generale (assicurazioni, mutui, conti correnti, risparmi, investimenti ecc), non solo al settore bancario: occorre pertanto passare dal concetto di open banking a quello di open finance.

Cos’è l’open finance

Come spiegano in questo articolo Gallo, Nair, Hill, Bailey, Thornhill e Jardine di Deloitte, l’open finance offre ai consumatori e alle pmi il diritto di autorizzare i TPP ad accedere ai loro dati e ad avviare transazioni finanziarie per loro conto. Ma mentre l’open banking si applica solo ai pagamenti, l’open finance si applicherà a tutti – o quasi – i conti dei servizi finanziari: risparmi, assicurazioni, mutui, investimenti ecc.

I vantaggi dell’open finance

L’open finance costituisce un vantaggio sia per le imprese, che per le persone. Da un lato, queste ultime potranno accedere più facilmente ai dati sulle loro finanze, e conseguentemente controllarle, prendendo decisioni più consapevoli.

Anche le aziende potranno accedere a dati maggiori e più dettagliati, che potranno impiegare per sviluppare prodotti e servizi personalizzati e più in linea con le esigenze dei clienti attuali o potenziali. Oltre che con i clienti, le imprese possono co-progettare nuove soluzioni in collaborazione con altri attori del mercato. In questo modo, possono razionalizzare e ridurre i costi interni di ricerca e sviluppo, oltre che ridurre i tempi di sviluppo di prodotti e servizi innovativi. L’open finance peraltro è coerente per definizione con un approccio di open innovation, collaborazione e apertura verso attori esterni.

La strada verso l’open finance

La Gran Bretagna prevede di rendere obbligatoria per legge l’open finance nello stesso modo in cui la PSD2 e il CMA 2017 Retail Banking Order hanno reso obbligatoria l’open banking, ricordano in questo articolo Gallo, Nair, Hill, Bailey, Thornhill e Jardine di Deloitte. Gli Account Service Provider (ASP, o detentori di dati) saranno probabilmente costretti a mettere in atto e mantenere sicure le API per condividere o ricevere i dati dai TPP, sempre previa autorizzazione del cliente. In Italia, per ora non c’è alcuna legge. Ma ci sono delle proposte in tal senso, per ora a livello accademico. Ad esempio Filippo Maria Renga, cofondatore degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, in questa recente intervista a Wall Street Italia ha invocato “una PSD2 anche per gli attori non finanziari (si pensi a Linkedin, AirBnB, Facebook e Google), in modo che siano tenuti a mettere a disposizione i loro dati per i servizi finanziari”.

Cosa possono fare le imprese?

Le imprese dovranno scegliere come posizionarsi nella nuova catena del valore dell’open finance, oppure saranno le circostanze a imporgli di farlo. In tal senso, potrebbero adottare uno di questi quattro modelli:

  1. one-stop-shop, in cui fanno leva sull’open finance per accedere ai dati sugli ASP dei clienti e offrire loro prodotti e servizi personalizzati;
  2. approccio as-a-service, in cui possono accedere a nuovi clienti tramite i TPP e stringere partnership per offrire prodotti o servizi tramite piattaforme digitali;
  3. interfaccia, in cui le aziende con piattaforme digitali innovative possono focalizzarsi sull’interfaccia e le relazioni con i clienti;
  4. utility, in cui i ricavi provengono dalla fornitura di soluzioni a livello di infrastrutture e competenze agli ASP e TPP.

A prescindere dal modello che sceglieranno, per affrontare le sfide dell’open finance le aziende dovranno implementare programmi pluriennali di trasformazione strategica, operativa e tecnologica. Ad esempio, dovranno digitalizzare i processi aziendali, aggiornare la tecnologia e l’infrastruttura dei dati, sviluppare o acquistare soluzioni di connettività API e migliorare il quadro di governance, rischio e conformità.

“Strategie ambiziose senza un adeguato budget e risorse a lungo termine sono una trappola comune in cui molte aziende sono cadute quando hanno implementato l’open banking”, avvertono Gallo, Nair, Hill, Bailey, Thornhill e Jardine. Che chiariscono: “L’open finance sarà una maratona, non uno sprint. Una strategia e un’implementazione di successo dell’open finance richiederanno la pianificazione e la preparazione necessarie per tagliare il traguardo con successo”.

Paolo Gianturco, Business Operations & FinTech leader di Deloitte, ha concluso: “Se progettata e implementata in modo efficace, l’open finance sarà un fattore cruciale per aumentare la concorrenza e l’innovazione nei servizi finanziari e migliorare la scelta dei consumatori e la capacità finanziaria. Ma nel raggiungere questi benefici, inevitabilmente sconvolgerà anche le strutture tradizionali del mercato finanziario e i modelli di business e di ricavi consolidati”.