Panama Papers, coinvolte società di Finmeccanica e l’Inter

5 Aprile 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Si prospetta un periodo tribolato per i circa 800 italiani presunti evasori e per le oltre 500 banche di cui sono stati fatti i nomi nei documenti top secret rivelati con lo scandalo dei Panama Papers. L’Agenzia delle Entrate pretende ora infatti di avere i nomi dei contribuenti con residenza in Italia che hanno aperto conti offshore in paradisi fiscali grazie a dei prestanome.

Tra gli italiani coinvolti nel caso ci sarebbero anche l’Inter e una società di Finmeccanica,
stando a quanto riportato dal Corriere della Sera. loro nomi sono infatti spuntati tra gli 11,5 milioni di documenti fuoriusciti dalla talpa dello studio legale Mossack Fonseca di Panama che ha parlato prima al giornale tedesco Suddeutsche Zeitung.

A “denunciare” la presenza negli oltre 2 terabyte di ‘file’ incriminati della società fornitrice di sistemi elettronici militari all’India è stato per primo il quotidiano Indian Express, mentre a rivelare presunti affari offshore connessi alla squadra milanese è stato il giornale irlandese Irish Times.

Ricorrere ai conti offshore è legale se il tutto viene dichiarato al fisco italiano. Ma se invece i redditi accumulati non vengono denunciati alle autorità del paese dove si è residenti si commette un crimine. Significa frodare il fisco e in alcuni casi lo si fa non solo per guadagnare, bensì anche per nascondere e riciclare denaro sporco.

La storia dell’azienda controllata per quasi un terzo dal gruppo Finmeccanica fa parte del secondo caso, secondo Indian Express. E dietro agli affari internazionali stretti da Intertrade Enterprise Limited (Ipe), con sede nelle Bahamas e appartenente a un personaggio indiano, e da Intertrade Pojects Consultants Limited (Ipc), con sede a Dublino, in Irlanda, ma registrata a Panama da Mossack Fonseca, sarebbero state celate presunte tangenti non meglio specificate.

Nei primi anni duemila due società “hanno ricevuto provvigioni per la fornitura e l’assistenza postvendita di sistemi elettronici all’aviazione e alla marina militare indiana da parte della Elettronica spa, controllata dalla famiglia Benigni (35,3%), Finmeccanica (31,3%) e dalla francese Thales (33,3), il cui socio di riferimento è lo Stato francese”.

Finmeccanica ha prontamente smentito le accuse, sostenendo che “nessuna azione o iniziativa irregolare” è stata commessa. L’azienda italiana racconta di aver avuto rapporti solo con la Ipc per contratti, “datati tra il 1996 e il 2004, legati alla fornitura di parti di ricambio relative ad apparati precedentemente ceduti al governo indiano da un’altra società che poi è stata acquisita dalla Elettronica spa nel 1992″.

Quanto alla posizione scomoda dell’Inter, è l’altro quotidiano del Consorzio di giornalismo investigativo internazionale ICIJ a svelare i fatti. L’Irish Times scrive che tra le carte panamensi spuntano i nomi di una ventina di calciatori del passato e del presente, tra cui l’attaccante argentino del Barcellona Lionel Messi, vecchi e nuovi proprietari di club di calcio blasonati come l’Inter e il Boca Juniors. Il club nerazzurro dice di non avere nulla di cui temere e di vivere in un clima di “assoluta tranquillità”.

Più di 500 banche hanno aiutato clienti a evadere il fisco

Dai Panama Papers risulta inoltre che più di 500 istituti di credito avrebbero aiutato i propri clienti a servirsi di società offshore per parcheggiare i loro soldi e tenerli lontani dalle grinfie delle autorità fiscali. Tra i nomi sono state citate Ubi Banca e Unicredit. Quest’ultima, che secondo l’Espresso avrebbe avuto relazione con lo studio legale di Panama per la gestione di circa 80 conti offshore, ha smentito di aver avuto un ruolo in attività illecite.

Un portavoce di Piazza Cordusio ha sottolineato che “Mossack Fonseca non risulta essere un consulente fiscale della capogruppo”. Ubi Banca da parte sua ha tenuto a precisare di non avere alcuna società controllata o partecipata nei paesi citati nei documenti forniti dalla fonte anonima.

L’istituto popolare è accusato di aver stretto rapporti con una quarantina di offshore di Panama e delle Seychelles tramite Ubi International, la sua filiale del Lussemburgo, paese a sua volta considerato al pari di un paradiso fiscale. Il gruppo si è difeso dicendo di aver “supportato e supportare tuttora la propria clientela “nel rispetto delle norme al momento vigenti”.

 

Fonte: Corriere della Sera