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Pakistan, perché la guerra con l’India per il Kashmir si è riaccesa

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Possibile svolta nel braccio di ferro tra India e Pakistan nel Kashmir. Il pilota indiano catturato nel paese confinante a nord è stato rilasciato. Con questo gesto di pace il governo di Islamabad intende calmierare le tensioni tra i due paesi in possesso dell’arma atomica dopo due settimane di escalation del confronto.

Il comandante dell’aviazione indiana Abhinandan Varthaman è diventato il volto della crisi diplomatica tra le due potenze nucleari. Dopo un attentato kamikaze che ha fatto più di 40 morti tra le file indiane nel Kashmir lo scorso 14 febbraio, i due paesi sono ai ferri corti.

È da più di 70 anni che il Kashmir, regione in gran parte sotto il dominio indiano, è una zona contesa tra i due paesi confinanti. Ben tre guerre sono già scoppiate a causa della regione settentrionale.

L’India esercita il controllo su circa la metà dell’area di quella che una volta era la provincia di “Jammu e Kashmir”, mentre il Pakistan controlla un terzo dell’area, divisa in due province de facto: Gilgit-Baltistan e Azad Kashmir.

Pilota rilasciato dal Pakistan: un “gesto di pace”

Il primo ministro del Pakistan Imran Khan ha fatto sapere che il pilota sarà rilasciato oggi, in un “gesto di pace” accolto con favore dall’esercito indiano. L’areo di Varthaman è uno dei due jet che sono stati abbattuti nel Kashmir mercoledì scorso.

Entrambi i paesi sembrano intenzionati a favorire una de-escalation del confronto. Il premier indiano Narendra Modi, sotto pressione in vista delle elezioni generali di aprile-maggio, sostiene che gli ultimi eventi abbiano “reso la nostra nazione più unita”.

“Il modo in cui l’India ha appoggiato le nostre forze militari è straordinario e mi inchino davanti a ogni indiano per ringraziarli” dei loro gesti e azioni, ha detto il leader dell’India secondo quanto riferito dalla BBC.

Il rischio che scoppi una guerra tra due potenze nucleari

Ogni volta che sale la tensione tra i due paesi, si teme uno scontro militare. Il mondo ha guardato con grande trepidazione le notizie che uscivano dalla regione asiatica nel 1998, quando le due potenze nucleari stavano per combattere l’una contro l’altra.

Allora sembrava veramente probabile che scoppiasse una guerra. Bastava una piccola miccia per fare esplodere le cose. Sarebbe bastato un episodio causale, un incidente, oppure una provocazione mossa di proposito. Le stesse sensazioni il mondo le è tornate a vivere questa settimana, quando l’India ha attaccato quello che sostiene essere un campo di militanti terroristi nel Pakistan.

Si è trattato di una rappresaglia per il grave attentato del 14 febbraio contro le forze di sicurezze indiane. A portare a termine l’attacco dinamitardo di due settimane fa, il più sanguinolento da 30 anni, è stato qualcuno proveniente dal Pakistan.

Pakistan, che nega qualsiasi coinvolgimento nell’attentato di San Valentino, non ha avuto altra scelta se non quella di rispondere ai raid indiani. La riposta è stata l’abbattimento di due jet indiana nel Kashmir.

Kashmir, le ragioni della contesa

A rivendicare la responsabilità dell’attentato del 14 febbraio è stato Jaish-e-Mohammed, un gruppo militare che è stato dichiarato fuori legge in Pakistan. Dopo l’attacco il governo indiano ha avviato una serie di misure di rappresaglia volte a punire l’organizzazione per le sue azioni di sfida.

Per provare a capire come andrà a finire si può guardare a cosa è accaduto in passato. Ogni crisi è diversa, ma la storia tende a ripetersi, soprattutto nel caso della guerra per il Kashmir, visto che i presupposti e le ragioni della contesa rimangono i medesimi.

Come il resto di India e Pakistan, il Kashmir è stato diviso dopo che i coloni britannici hanno lasciato l’area, nel 1947. La sovranità del Kashmir è stata subito messa in dubbio. Il Pakistan lo vorrebbe tutto per sé. Lo stesso discorso vale per l’India.

Sebbene geograficamente la regione sia divisa in base al credo religioso della sua gente (indù agli indiani e musulmano ai pakistani), il Kashmir resta il solo stato a maggioranza musulmana dell’India. È dal 1947 che si registrano schermaglie tra i due stati. Uno dei problemi del conflitto riguarda la posizione controversa dell’esercito del Pakistan.

Kashmir, come andrà a finire

Finché i militari pakistani appoggeranno le rivolte nel Kashmir indiano, è difficile che si possa trovare un accordo pacifico definitivo. I ribelli hanno ucciso migliaia di persone e hanno colpito l’esercito indiano. L’India ha risposto con la forza, imponendo misure repressive per combattere il nemico nel propri territorio.

A un attentato, segue una rappresaglia indiana, a cui seguono proteste anche violente del Pakistan, che provocano un’altra rappresaglia dell’India. Il ciclo senza fine può essere fermato solo quando una delle due fazioni deciderà di seguire la strada del buon senso. E della coerenza.

Il colmo infatti è che il Pakistan, guidato da dittatori dell’esercito per la stragrande maggioranza della sua storia, sostiene di voler “liberare” il Kashmir dall’India, la democrazia più grande al mondo per numero di abitanti. E anche che l’esercito indiano, anche per vendicarsi, ha spesso fatto ricorso alla tortura e a delle esecuzioni capitali sommarie contro la popolazione locale del Kashmir.

Nessuno è dalla parte del giusto quando si tratta dei due eserciti. L’impressione e i sondaggi dicono invece che la gente dei due paesi, che condividono secoli di storia e cultura, è a favore della pace. Durante la ripartizione dei due paesi da parte dei coloni inglesi, numerose famiglie sono state separate tra  le due neonate nazioni.

Ma poi a causa del Kashmir, i generali del Pakistan hanno iniziato ad aiutare quelli che l’India considera terroristi, come Jaish-e-Mohammed e Lashkar-e-Taiba. Mentre le forze militari dell’India, con le lore risposte violente per sedare le proteste e gli atti di ribellione, hanno reso quasi impossibile la definitiva riconciliazione.