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Oro, fino dove può proseguire il rally

L’oro torna a brillare come non accadeva da decenni. Il metallo giallo ha oggi toccato un nuovo record sopra quota 4.100 dollari l’oncia, con il prezzo spot in leggero ritracciamento dello 0,25% a 4.099 dollari dopo un massimo intraday di 4.179. Il future di riferimento si muove a 4.110 dollari (+0,09%). Il rally contagia anche gli altri metalli preziosi: argento +2,2% a 53,6 dollari, platino +1,9% e palladio +2,1%. Un movimento che riflette un intreccio di fattori — monetari, geopolitici e di portafoglio — che stanno ridefinendo la domanda globale di oro.

Le spinte favorevoli

Secondo Peter Kinsella, Head of Investment Services UK di Union Bancaire Privée (UBP), il metallo prezioso potrebbe salire fino a 4.600 dollari l’oncia entro il quarto trimestre del 2026. Il recente slancio, osserva, lascia pensare che il target possa essere raggiunto anche prima, specie se dovesse verificarsi un disancoraggio delle aspettative d’inflazione. Alla base della sua analisi c’è un cambiamento strutturale: le banche centrali hanno più che raddoppiato gli acquisti rispetto al 2022 e, nel 2025, dovrebbero aggiungere oltre 900 tonnellate alle proprie riserve, pari a circa il 30% dell’offerta mineraria mondiale. Un “game changer” della curva di domanda, in grado di sostenere il prezzo anche in caso di correzioni.

Kinsella sottolinea che la domanda istituzionale e retail sta tornando protagonista. Le posizioni speculative sui futures si avvicinano ai massimi pluriennali, mentre gli afflussi negli ETF sono in crescita da sette mesi consecutivi. Le riserve complessive restano inferiori ai livelli del 2020, segno che esiste ancora margine per ulteriori flussi, stimati da UBP in circa 280 tonnellate. La banca svizzera ritiene inoltre che il ciclo di tagli dei tassi della Fed possa agire da catalizzatore: con tassi reali sotto l’1,5%, il costo opportunità di detenere oro si riduce e la domanda tende a rafforzarsi.

I rischi da non trascurare

Ma non è solo una questione di rendimenti. UBP avverte che il mercato potrebbe star sottovalutando il rischio di una Fed meno indipendente. Una banca centrale condizionata politicamente, spiega Kinsella, rischierebbe di mantenere tassi nominali troppo bassi per troppo tempo, alimentando inflazione cumulata e spingendo gli investitori a cercare rifugio nel metallo prezioso. “Anche solo uno spostamento dell’1% dal mercato dei Treasury verso l’oro implicherebbe afflussi per circa 400 miliardi di dollari”, calcola UBP. A questo si aggiunge la possibile debolezza del dollaro: un orientamento politico più favorevole a una valuta debole potrebbe ridurre l’attrattiva delle riserve in dollari e spingere ulteriormente l’oro come alternativa strategica.

Il rialzo, del resto, non si spiega solo con la finanza. Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS WM Italy, nella sua Lettera settimanale, ricorda come “l’oro, più che un asset, è una narrazione”. Dall’inizio dell’anno il prezzo è salito di oltre il 50%, più che raddoppiato in meno di tre anni. Un fenomeno che Ramenghi definisce “una congiunzione astrale di fattori”: inflazione elevata, tensioni geopolitiche, dollaro debole e tassi in discesa. In Asia la domanda retail resta robusta, con lunghe file nei negozi di Hong Kong e Shanghai, mentre le banche centrali dei Paesi emergenti continuano a comprare: Cina e Russia guidano la corsa, rispettivamente con circa 316 e 1.700 tonnellate accumulate negli ultimi anni.

Secondo UBS, il metallo giallo resta un “bene rifugio per eccellenza”, anche se infruttifero e soggetto a correzioni improvvise. La memoria storica, osserva Ramenghi, è chiara: tra il 2011 e il 2013 il prezzo scese del 35% con la fine delle politiche monetarie espansive; tra il 1980 e il 1982 perse il 60% dopo la stretta della Fed di Volcker. Oggi, però, il contesto appare diverso: la domanda istituzionale e sovrana è strutturalmente più forte, e gli investitori globali trattano l’oro come un’alternativa “quasi obbligata” alla liquidità.

Altri scenari

Anche Bank of America Global Research guarda avanti con ottimismo, stimando un target fino a 5.000 dollari l’oncia entro il 2026 (media di 4.400 dollari). Secondo la banca americana, per arrivarci servirebbe un incremento del 14% della domanda di investimento, un ritmo analogo a quello osservato quest’anno. Gli analisti di BofA ammettono la possibilità di una correzione nel breve periodo, ma vedono “margini per un ulteriore rialzo nel prossimo anno”.

Resta quindi la domanda finale: il rally dell’oro ha ancora strada davanti? I segnali suggeriscono di sì. Ma come ricordano sia UBS sia UBP, è un percorso che non sarà lineare. Basterebbero tassi reali stabilmente sopra il 2% o un forte shock azionario globale per invertire la rotta. Al contrario, se le banche centrali continueranno ad accumulare e la Fed imboccherà un ciclo di tagli prolungato, il metallo giallo potrebbe trovare nuovi record. Forse non è più una corsa cieca, ma il traguardo — 4.600 o forse 5.000 dollari — non sembra più un miraggio.