FTX è la Lehman Brothers delle criptovalute. Ma offre opportunità

25 Novembre 2022, di Andrea Medri (The Rock Trading)

Not your key, not your coins. Utilizziamo un motto dei crypto-addicted della prima ora per dire che il fallimento di FTX riapre uno squarcio – più che su bitcoin e dintorni – sulle architetture finanziarie complesse e fragili come castelli di carta: destinate a dissolversi al primo soffio di vento. Il terremoto che ha fatto caracollare una delle più importanti piattaforme di exchange internazionali e trascinato in un ulteriore ribasso tutto il mercato non è dissimile da quello dei subprime. Come il crollo di FTX non è così diverso, nel suo significato, da quello di Lehman Brothers. Il paragone non appaia irriverente: vanno fatte tutte le dovute proporzioni e considerato che quella crisi avveniva all’interno di un ecosistema strutturato e oggi parliamo di strutture del tutto fuori schema. Ma non è la fine del mondo. Anzi: può essere un’opportunità.

Innanzitutto, sul fronte delle conseguenze: la più immediata è che il 2022 si chiuderà all’insegna della volatilità per il mondo crypto. Nel breve termine il panico non si placherà e la corsa a fuggire potrebbe essere ancora importante, almeno da parte del retail. I grandi investitori staranno alla finestra per individuare la dimensione del contagio. In un mercato in cui le coins sono profondamente correlate il crollo sarà complessivo.

Gli effetti (positivi) di medio termine

Ma, guardando più in là nel tempo, come avvenuto da Lehman Brothers in poi, si accenderà un faro sulla necessità di regolamentazione, che è quanto mai auspicabile, per diversi ordini di motivi. Perché le regole servono a garantire i risparmi di chi, soprattutto negli ultimi anni, ha incrementato il peso in portafoglio delle crypto, che a ogni effetto sono diventate un asset class.

La Micar (Markets in Crypto-Assets Regulation) in arrivo offrirà un primo quadro regolamentare di riferimento importante nel contesto europeo. Ma non va sottovalutato che esiste già l’infrastruttura normativa per poter inquadrare le piattaforme tra gli intermediari finanziari e i token nell’alveo degli strumenti finanziari. Così come esistono strumenti legali di garanzia e protezione per l’investitore. Nell’attesa di una regolamentazione ad hoc, dunque, bisogna lavorare con quello che si ha disposizione e questo sia sul fronte degli operatori di crypto sia su quello delle autorità di vigilanza globali. Su di esse pesa il fatto di non avere spesso risorse, tecnologie, formazione, team dedicati per seguire questi fenomeni nuovi, molto complessi e con ritmi di sviluppo vorticosi. E non è semplice bilanciare l’esigenza di regole che abbiano un valore universale con il bisogno costante di innovazione tipico del settore – che norme troppo stringenti possono soffocare.

Il secondo effetto di lungo termine è quello di selezioneil tracollo di un colosso non implicherà, a nostro avviso, la fine di un settore ma forse determinerà quello che si può e quello che non si può fare e farà emergere un business model vincente. Inoltre, le prospettive di medio-lungo termine delle crypto restano positive: non sono infatti cambiati i fondamentali dei migliori progetti né il potenziale per lo più ancora inesplorato della tecnologia sottostante. E non è scemato – anzi il contrario, l’interesse di big tech e banche d’affari che da Instagram a JP Morgan, continuano a investire.

Perché è meglio usare una piattaforma regolamentata

Nella vicenda FTX – che sintetizziamo nel paragrafo successivo e che è chiaramente ancora in divenire e quindi da monitorare day by day – c’è un grande vulnus. La società ha sede fiscale nelle Bahamas, un paradiso fiscale. Questo ha consentito all’azienda una certa libertà in merito alla propria disciplina finanziaria (che l’ha portata a trovarsi a corto di liquidità quando sono iniziati i prelievi di massa sulla piattaforma).

Non sarebbe stato possibile in un mercato regolamentato – come in effetti non è avvenuto per la FTX Usa che non ha interrotto i prelievi quando si è trovata la “fila allo sportello”.

Allora, la prima regola di sicurezza per un italiano che investe in crypto è verificare le caratteristiche della piattaforma alla quale affida i propri risparmi.

Se la piattaforma ha un network offshore – come nel caso di FTX – e se offre prodotti che in altre aree richiederebbero licenze particolari (com’è per esempio in Europa per i prodotti derivati), è legittimo insospettirsi o quantomeno farsi qualche domanda. In caso di problemi di liquidità, le garanzie del cliente saranno pari a zero. Per questo è meglio affidarsi a piattaforme inserite all’interno di una infrastruttura giuridica solida che sono per definizione meno rischiose. Possedere solide infrastrutture informatiche e software che vengono continuamente aggiornati e adeguati con l’introduzione delle tecnologie più avanzate può essere un valore aggiunto; così come sistemi di custody e sicurezza certificati.