Dopo l’uscita dalla pandemia quale sarà il futuro dell’inflazione?

20 Maggio 2021, di Maria Paola Toschi  (J.P. Morgan)

La prospettiva di fine pandemia sta producendo una grande euforia. Nella seconda parte dell’anno gli Stati Uniti guideranno una forte ripresa grazie al cospicuo Piano Biden che potrebbe essere seguito da altri investimenti al vaglio del congresso. Ma a guastare la festa c’è un serio dilemma: dove andrà l’inflazione in America?

Ad aprile l’indice dei prezzi al consumo è salito del 4% a/a, mentre l’inflazione core al 3%. A spingere l’inflazione hanno contribuito il balzo dei prezzi delle auto usate, dei biglietti aerei e degli alloggi turistici che riflettono la forte domanda post lockdown. Sarà un rialzo temporaneo o persistente? La Fed continua a sposare la tesi della inflazione temporanea e che sia presto discutere di tapering. Ciò ha calmato i mercati che tuttavia non sono del tutto convinti che la banca centrale sarà paziente a lungo. Si teme che la Fed sia preoccupata del rialzo delle aspettative di inflazione.

Per questo ha introdotto un indicatore che traccia le aspettative di inflazione degli operatori istituzionali per monitorare il mood del mercato. A breve termine l’inflazione è attesa ancora in rialzo come risultato dell’effetto base amplificato dal boom di domanda. Inoltre i forti sussidi del Piano Biden stanno scoraggiando la ripresa dell’attività lavorativa. Le aziende fanno fatica a trovare occupati e devono alzare i salari per riempire i posti vacanti con rischio di accelerare l’inflazione. Si tratta probabilmente di un fenomeno temporaneo dato che, dei 22 milioni di posti di lavoro persi durante il lockdown, circa 8 milioni mancano ancora all’appello evidenziando ancora disponibilità di occupati.
Un altro fattore inflazionistico è legato alla ripresa lenta dell’offerta e della produzione che in un momento di forte domanda sta creando colli di bottiglia alimentando spiccati rialzi dei prezzi e di input produttivi. Ma il ritorno alla normalità potrà eliminare queste sacche di inefficienza.

Guardando avanti l’analisi delle componenti più o meno inflazionistiche si fa più complessa. Alcuni elementi fanno pensare a un trend di inflazione più sostenuto rispetto al periodo di bassa inflazione che è seguito alla CFG. In primo luogo le politiche fiscali oggi sono estremamente generose nonostante siamo in una fase espansiva del ciclo economico, al contrario delle misure di austerità che hanno seguito la crisi del 2008 e del debito europeo.
Bassi tassi e forti acquisti delle banche centrali stanno dando ai Governi la sensazione che i debiti non siano più un problema e che l’emissione di bond sia senza limiti. Inoltre, l’ampia liquidità immessa nei sistemi finanziari dopo anni di allentamento quantitativo potrebbe essere un attivatore di inflazione soprattutto se la politica monetaria dovesse rimanere troppo accomodante troppo a lungo.

Le materie prime e l’energia hanno registrato dei rimbalzi di prezzi poderosi. Ciò è ovviamente la conseguenza della forte domanda post lockdown ma si teme che il fattore scarsità possa proseguire. L’implementazione di misure che puntano al target di emissioni zero e l’introduzione di politiche di carbon pricing potrebbero aver effetti inflazionistici come anche un maggiore uso di fonti rinnovabili che hanno prezzi alla produzione più elevati rispetto alle energie tradizionali. Vanno anche considerati cambiamenti strutturali in parte come effetto della pandemia.

Una minore globalizzazione potrebbe alimentare mercati meno efficienti e più frammentati con effetti inflativi, come nel caso eclatante dei semiconduttori. Molti paesi stanno investendo per diventare autonomi e ovviare al rischio scarsità di offerta. Inoltre la Cina non è più la fabbrica di prodotti basso prezzo con cui in passato ha inondato i mercati alimentando una lunga fase di disinflazione. Un dollaro debole potrebbe alimentare inflazione negli Stati Uniti che sono un importatore netto di beni e input produttivi.

Tuttavia non vanno sottovalutati anche forti trend strutturali che continuano ad alimentare scenari di bassa inflazione. La pandemia e i lockdown hanno accelerato la transizione digitale e le vendite on-line con un forte potenziale disinflattivo. Nei mercati del lavoro, dopo la serie di crisi vissute in questi anni la forza contrattuale delle unioni sindacali e le pretese dei lavoratori sono molto diminuite cosa che potrebbe produrre minori tensioni su salari e inflazione.
La pandemia ha prodotto un aumento della disuguaglianza sociale con schiacciamento della popolazione nelle fasce di reddito più basse e un calo dell’occupazione femminile. Anche questi sono fattori disinflazionistici.

L’analisi precedente chiarisce la complessità del tema. Forse il rischio principale è che le politiche fiscali e monetarie restino troppo accomodanti troppo a lungo creando un contesto favorevole all’escalation delle aspettative di inflazione.

La domanda per gli investitori è come proteggersi dall’incertezza sul trend di inflazione.
L’azionario è l’asset che può beneficiare di crescita e inflazione dato che siamo lontani da un livello di tassi che possa preoccupare l’azionario.
Mentre il rialzo dei tassi è il principale nemico delle obbligazioni. Una riduzione della duration, l’inclusione di strumenti inflation linked, ma soprattutto la flessibilità e la ricerca di classi obbligazionarie più solide e di qualità, soprattutto nel mondo corporate, possono aiutare a costruire portafogli più solidi. L’esposizione a obbligazioni green migliora l’efficienza della componente obbligazionaria.
Infine, un’esposizione a materie prime e asset reali sia nel mondo immobiliare che delle infrastrutture potrebbe aiutare nella ricerca di rendimento riducendo volatilità e i rischi di drawdown.