Borse sui nuovi massimi, che fare adesso?

16 Luglio 2021, di Matteo Ramenghi (UBS WM Italy)

I mercati azionari stanno registrando nuovi massimi: l’indice statunitense S&P 500 è salito del 15% da inizio anno ed è quasi raddoppiato rispetto ai minimi di marzo dello scorso anno; anche l’indice MSCI All Country World segna +12% da inizio anno. Le borse di recente si sono dimostrate molto tranquille e l’indice VIX, che rappresenta la volatilità implicita del mercato americano, è sceso a un livello di 15, il più basso da inizio pandemia e di gran lunga inferiore alla media di lungo termine di 20.

Molti investitori si domandano quindi se sia giunto il momento di monetizzare i guadagni oppure se sia meglio rimandare nuovi impieghi di liquidità. Da un punto di vista statistico, il raggiungimento di nuovi massimi non è un indicatore che necessariamente faccia presagire l’arrivo di correzioni, anzi, la storia ci ha dimostrato che dopo aver registrato un nuovo record le borse sono salite mediamente dell’11,7% durante l’anno successivo.

La ripresa economica in corso è inoltre particolarmente vigorosa: l’indice Citi Global Surprise (che confronta i dati economici con le stime degli economisti) ha raggiunto un livello di +63, che indica come l’economia stia andando molto meglio di come ci si aspettava pochi mesi fa. Questo trend dovrebbe continuare a medio termine anche grazie ai piani infrastrutturali messi in campo dai governi.

Come sempre, non mancano rischi che potrebbero anche far deragliare i mercati. Tra quelli noti, i principali sono l’andamento della pandemia di COVID-19, l’inflazione e la geopolitica, in particolare le crescenti tensioni tra Occidente e Cina.

Le preoccupazioni relative alla variante Delta del coronavirus e a potenziali nuove mutazioni sono giustificate ma, finora, nessuna variante sembra essere capace di eludere completamente i vaccini.

Per quanto riguarda l’inflazione, probabilmente sarà più alta in questo ciclo economico rispetto al recente passato, ma non troppo. Gli ultimi dati, come probabilmente quelli che seguiranno in estate, sono «gonfiati» da alcuni fattori transitori, tra tutti l’effetto base. Ciò significa che l’andamento che si evince dal confronto dei dati «anno su anno» è esagerato per via del dato particolarmente depresso di un anno fa, quando eravamo nel punto più critico della crisi economica.

Inoltre, molte aziende hanno ridotto il magazzino durante la crisi e, quindi, devono ora far fronte ad acquisti più consistenti di materie prime per ricostituire le scorte e soddisfare la domanda. Questo squilibrio ha amplificato le tensioni sui mercati delle materie prime e pertanto ha contribuito al rapido aumento dell’inflazione.

Ci sono anche altri elementi che condizioneranno l’inflazione a medio termine, a partire dalle politiche fiscali espansive messe in campo dai governi. I target delle principali banche centrali (un’inflazione intorno al 2%) in alcuni casi si sono dimostrati irraggiungibili da tempo (come per l’eurozona o il Giappone), mentre potrebbero dimostrarsi a portata di mano nei prossimi anni e perfino essere superati a breve termine.

Tuttavia, per quanto riguarda il mercato azionario, la storia suggerisce che solo un’inflazione stabilmente superiore al 3% ha avuto un impatto sulle valutazioni. Non tutti i settori inoltre soffrono l’inflazione allo stesso modo; per esempio, i titoli finanziari ed energetici potrebbero esserne avvantaggiati.

Infine, non bisogna perdere di vista i rischi geopolitici, che solitamente però hanno ripercussioni solo a breve termine sui mercati globali. Nel 2018 e 2019 le forti tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno contribuito alla volatilità di mercato e ciò potrebbe accadere nuovamente in futuro qualora dovesse verificarsi una nuova escalation. La forte competizione economica, tecnologica e di influenza tra queste due potenze economiche è destinata a continuare nel lungo termine e potrebbe polarizzare i rapporti con le altre economie.

Ritengo che complessivamente questi rischi siano ben compensati dalle opportunità ancora presenti sul mercato azionario in un contesto di politiche fiscali e monetarie espansive, forte innovazione tecnologica e riapertura delle principali economie. Come sempre, un investitore di lungo termine non dovrebbe preoccuparsi troppo del timing di breve termine; l’esperienza insegna infatti che è fondamentale posizionarsi sul nuovo ciclo economico.

Guardando al breve termine, vi è comunque la possibilità di intervenire sui portafogli per attutire l’impatto di eventuali aumenti della volatilità, sia modificandone la composizione che inserendo posizioni anticicliche.

La prima misura da considerare è di tipo qualitativo, variando la composizione dei portafogli azionari in favore di settori meno esposti al rischio di un aumento dell’inflazione (come ricordato in precedenza, finanza ed energia).
Si possono poi privilegiare i comparti più difensivi, che storicamente presentano una minore sensibilità rispetto al resto del mercato, come la farmaceutica. In questo modo è possibile restare investiti sui mercati azionari riducendo l’impatto di eventuali oscillazioni e aumentando il flusso di dividendi, tradizionalmente significativi per questi settori.

Parallelamente si può sfruttare la bassa volatilità del momento per inserire alcune forme di protezione nei portafogli; la volatilità, infatti, determina il prezzo delle opzioni, comprese quelle che tutelano da possibili ribassi dei mercati, nella sostanza inserendo dei cuscinetti a protezione del capitale.