Salario minimo: 85% contratti oltre 9 euro, rischio aumento sommerso
Il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri e in in 21 Paesi esistono salari minimi legali (l’ammontare di tale valore minimo varia in maniera significativa, da 312 euro mensili in Bulgaria a 2.142 euro mensili in Lussemburgo), mentre in 6 Stati membri (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi.
Così emerge da un’indagine di Unimpresa secondo cui sul totale dei 27 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da Unimpresa e attualmente in vigore si registrano livelli di salario minimo in appena quattro casi. Vuol dire, che oltre l’85% dei contratti firmati da Unimpresa stabilisce una paga oraria superiore a 9 euro. Più in generale, i ccnl presenti nell’archivio Inps per i dipendenti del settore privato hanno un livello di copertura estremamente elevato: riguardano, infatti, un totale di 1,5 milioni di datori di lavoro, pari al 99% delle aziende presenti in Italia, e di 14,7 milioni di lavoratori, pari al 97,6% della forza lavoro impiegata nel settore privato. «A maggior ragione, in un Paese come l’Italia, in cui persistono fenomeni degenerativi cui pare impossibile riuscire a porre freni – i più alti indici, tra i paesi dell’UE, di evasione fiscale, contributiva e lavoro sommerso – l’eventuale determinazione di un salario legale troppo elevato correrebbe il concreto rischio di determinare, esclusivamente, ulteriore ricorso al lavoro nero e/o grigio; senza, peraltro, produrre benefici per quelle migliaia di lavoratori con contratti “pirata” o, addirittura, senza alcuna apparente garanzia contrattuale» dichiara il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Pepe. «Unimpresa è contraria all’introduzione del salario minimo in Italia. Ciò perché la determinazione dei salari è rimessa alla contrattazione collettiva e il modello italiano di relazioni sindacali è caratterizzato da un elevato livello di pluralismo organizzativo per ciascun settore produttivo, sia dal lato dei lavoratori sia da quello dei datori di lavoro e abbraccia oltre il 70% della copertura contrattuale» aggiunge Pepe.
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