Regno Unito, cosa succederebbe se lasciasse l’UE?

3 Marzo 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) – L’ipotesi di un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, in vista del referendum di giugno, sta alimentando il dibattito tra gli economisti, molti dei quali alle prese con possibili scenari post-Brexit.

“Nessuno sa con precisione quale sarà l’impatto. I mercati hanno già chiarito la loro posizione, visto che la sterlina si è indebolita e i prezzi azionari hanno perso terreno” ha scritto oggi in una nota Victoria Legget, gestore azionario europeo, Union Bancaire Privée, che ha messo nero su bianco quelli che a suo avviso potrebbero essere  le conseguenze di un evento del genere.

“Non è ancora stato stabilito un accordo sulla relazione tra UK e Unione Europea in caso di Brexit. Di tutti gli scenari potenziali, nessuno prevede l’opzione dei “benefici senza oneri” suggerita dai maggiori sostenitori dell’uscita. Come accade per i membri dell’EEA o dell’EFTA, difficilmente la Gran Bretagna potrebbe avere politiche migratorie indipendenti senza perdere la libertà di scambio di beni e servizi. Uno degli argomenti a favore dell’uscita sia dall’UE che dal mercato unico è quello del controllo assoluto delle frontiere, delle politiche commerciali e della regolamentazione. Le perdite derivanti dalle tariffe doganali extra imposte dall’UE sarebbero compensate dalla piena libertà di stabilire rapporti commerciali a livello globale. È però importante notare che le tariffe imposte sul settore dei servizi finanziari britannici in caso di Brexit potrebbero dimostrarsi notevolmente dannose, in quanto questo comparto costituisce la parte preponderante del commercio e degli investimenti diretti esteri (IDE) con l’Unione.

Sono circolate molte previsioni sull’impatto della Brexit, le più pessimistiche delle quali stimano un calo del prodotto interno lordo tra il 6,3 e il 9,5%, analogamente a quanto registrato in corrispondenza della crisi del 2008, nel caso in cui Londra non riuscisse a concludere accordi commerciali favorevoli. Nello scenario più ottimistico, dove buone condizioni commerciali sono accompagnate della de-regulation, la Gran Bretagna potrebbe guadagnare circa l’1,5% del Pil l’anno nel lungo periodo. (…)

La prossima fase implicherà un deterioramento per il rating sovrano britannico e un conseguente aumento del costo dell’indebitamento? Se il Regno Unito dovesse subire un calo nell’ammontare degli IDE, la Bank of England potrebbe essere costretta a inasprire la politica monetaria, alla luce dell’indebolimento dell’economia. Tuttavia, in questo contesto, il deprezzamento della sterlina potrebbe produrre alcuni vantaggi. Anche se venissero imposte delle tariffe sui servizi, sarebbe drastico da parte dell’UE includere anche i beni. Il Regno Unito ha sempre contato molto sul comparto dei servizi (soprattutto finanziari) e ciò potrebbe ribilanciare l’economia e fornire la spinta necessaria alle regioni britanniche diverse da Londra. Inoltre, una moneta debole potrebbe incoraggiare il turismo, che attualmente pesa per il 9% del Pil britannico e che sta crescendo molto, creando anche nuovi posti di lavoro.

Guardando alle implicazioni dal punto di vista politico, il Regno Unito è la quinta economia mondiale e la sua uscita rappresenterebbe una minaccia potenziale per l’Unione europea, già sotto pressione in due dei suoi pilastri fondanti: Schengen e l’euro. Brexit rischia di innescare trattative simili in altri Stati membri. Per quanto riguarda la questione immigrazione, bisogna fare due osservazioni. Primo, se la Londra emulasse i modelli norvegese o svizzero, sarebbe comunque soggetta alle politiche europee sulla libertà di movimento del lavoro. Secondo, del totale dell’immigrazione netta registrata lo scorso anno, il 53% deriva da Paesi extra-europei. Probabilmente questa tendenza proseguirà e quindi l’immigrazione non dovrebbe essere un fattore decisivo per gli elettori.

In caso di Brexit, le conseguenze per l’Europa potrebbero essere notevoli, persino sismiche. Il Regno Unito è sede di un hub finanziario globale, è la quinta economia mondiale e ha un programma di armamento nucleare. Tuttavia, nessuno di questi fattori è cruciale quanto uno: la tempistica. L’Unione europea attualmente è messa alla prova in molti modi. La crisi migratoria, le difficoltà dell’euro, le diverse agende nazionali e la delusione in diversi Stati membri sono motivi sufficientemente gravi perché l’UE manifesti preoccupazioni di fronte all’eventualità dell’uscita della Gran Bretagna. È però possibile che l’UE sopravviva a questi shock, così come è sopravvissuta molte altre volte per proseguire verso “un’unione sempre più stretta”.

Con un partner commerciale forte al di là della Manica, è possibile che l’economia britannica non venga danneggiata troppo e che sia Bruxelles che Londra abbiano successo nel tempo, anche se su strade indipendenti. Nel caso contrario, esiste un rischio, limitato ma significativo, che la separazione inneschi qualcosa di peggiore. Molti dei nuovi membri dell’UE sono democrazie vacillanti. Uno shock in questa fase del loro sviluppo potrebbe renderli ancora più vulnerabili. La Russia di Putin ha già manifestato mire espansionistiche. Può l’uscita della Gran Bretagna mettere a rischio la pace di cui gode l’Europe dalla fine della Seconda Guerra mondiale? L’incognita maggiore è come voteranno i cittadini britannici il prossimo 23 giugno. I risultati elettorali più recenti in Europa hanno evidenziato che l’elettorato ha in alcuni caso votato di testa e in altri di cuore. Una cosa è certa: Brexit è un tema molto emozionale. Gli elettori voteranno come individui, come cittadini britannici o come cittadini europei?”