Fed e strategia tassi anti-inflazione: per Kyle Bass rischio recessione e crollo mercati, Powell costretto a dietrofront

14 Gennaio 2022, di Redazione Wall Street Italia

La Fed sta rischiando di fare i conti senza l’oste. E in questo caso, l’oste è il mercato. Più di tre rialzi dei tassi entro la fine dell’anno, addirittura anche più di quattro, come ha detto di prevedere Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan? ‘No way’, dicono in molti negli States. L’ultimo a dirlo è stato Kyle Bass, fondatore di Hayman Capital, che ha dato praticamente ragione a Jeffrey Gundlach e ad altri osservatori di mercato, sottolineando che la Fed non riuscirà a portare a termine il suo piano di strette monetarie.

“Gundlach – il noto Re dei Bond – ha detto che la Fed potrebbe portare i tassi sui fed funds all’1,5%, cosa che potrebbe accadere nei prossimi 12-18 mesi. Ma anche che, in questo modo, scatenerebbe una recessione”, ha detto Bass, secondo cui, già nel momento in cui la Federal Reserve sarà pronta ad alzare i tassi per la seconda volta – dopo la prima stretta a marzo, su cui ormai i mercati scommettono con una probabilità superiore all’80% – i mercati crolleranno, costringendo Powell a rivedere la propria strategia.

Intervistato dalla Cnbc, Kyle Bass ha commentato il recente report di Goldman Sachs, che prevede fino a quattro rialzi della Fed nel corso del 2022.

“La mia opinione personale è che non potranno alzare i tassi di breve termine più di 100-125 punti base prima di essere costretti a fermarsi” e che “in nessun modo i mercati potranno salire quest’anno. Probabilmente, ciò che accadrà è che scenderanno in modo piuttosto aggressivo”.

Lo stop alle strette della Fed arriverà piuttosto presto dal momento che, “a mio avviso, (la banca centrale) dovrà ritirare il piano una volta che inizierà ad alzare (i tassi)”:

le strette, infatti, porteranno la curva dei rendimenti, secondo Bass, “ad appiattirsi, con la parte lunga della curva che si invertirà”.  A quel punto Powell & colleghi dovranno rivedere e ribaltare le scelte di politica monetaria prese.

Kyle Bass ha pronosticato anche prezzi del petrolio fin oltre $100 al barile, prevedendo che gli appelli a favore di un mondo più green si scontreranno con la realtà dei fatti: quella di un mondo in cui il petrolio continuerà a essere ancora richiesto. “Esiste una enorme discrepanza tra la politica e la realtà…quando si guarda alla realtà della domanda di idrocarburi..il punto è che noi stiamo diminuendo gli investimenti nel petrolio perchè vogliamo passare all’energia alternativa in modo così disperato“.

Ma il problema, ha sottolineato l’investitore, è che “non si possono semplicemente ‘spegnere’ gli idrocarburi’, e “che ci vorranno 40-50 anni perché la transizione (energetica) avvenga” davvero.

Tornando ai tassi, c’è da dire che, nello stesso report dedicato ai tassi sui Treasuries, Goldman Sachs ha parlato di paradosso Fed per chi investe sui bond, riproponendo l’enigma che spiazzò l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan.

Inoltre, se è vero che il mercato scommette su un rialzo dei tassi a marzo, è altrettanto vero che le scommesse su quattro strette monetarie entro il 2022 si stanno già raffreddando.

Del trend futuro dei tassi Usa si parla ormai in modo quasi ossessivo dall’inizio dell’anno, e non a caso: l’alert su una Fed più hawkish è scattato già nei primi giorni del 2022, con il Bang di inizio anno dei tassi decennali sui Treasuries più forte in 20 anni, ovvero dal 2001.

Con l’inizio dell’anno nuovo sono arrivati sui mercati diversi outlook che hanno paventato una Fed ancora più determinata a combattere l’inflazione galoppante negli Usa: tra le Dieci sorprese top per il 2022 presentate da Byron Wien,  vice presidente della divisione di Private Wealth Solutions Group di Blackstone, per esempio, alcune sono dedicate proprio al trend rialzista dei tassi e alla politica monetaria made in Usa.

A far esplodere l’ansia tassi è stata poi la pubblicazione delle minute del Fomc, relative all’ultima riunione del braccio di politica monetaria della Fed del 2021, da cui è emersa non solo l’intenzione di Jerome Powell & Co di alzare i tassi in modo più aggressivo, ma anche quella di iniziare a ridurre il bilancio della banca centrale.

“I partecipanti hanno rimarcato che l’attuale dimensione del bilancio è consistente e probabilmente rimarrà tale per ancora un po’ di tempo mentre il processo della normalizzazione del bilancio stesso sarà in atto”, si legge nei verbali.

A quel punto gli economisti di Goldman Sachs hanno sganciato il report-bomba, prevedendo fino a quattro rialzi dei tassi nel 2022:  previsione che, per l’appunto, non ha scomposto affatto il ceo e presidente di JP Morgan Jamie Dimon, che ha sottolineato che sarebbe sorpreso, invece, se quest’anno le strette non fossero più di quattro.

Se tuttavia Dimon ha sfoderato il suo solito ottimismo sull’economia Usa, prevedendo la crescita del Pil più forte dal periodo post Grande Depressione, lo strategist e ceo di DoubleLine Jeffrey Gundlach ha sbanderiato il rischio di recessione, avvertendo che “basterà che la Fed alzi i tassi quattro volte per iniziare ad assistere a diversi segnali recessivi”. E “sicuramente”, ha continuato, “la probabilità di una recessione verso la fine del 2022 non è pari a zero”.

Dal canto suo, è stato lo stesso Jerome Powell a confermare il volto più falco della banca centrale americana, insieme a tre funzionari della Fed che hanno fatto sorgere anche il dubbio che l’istituzione si sia svegliata di colpo di fronte all’allarme dell’inflazione (conosciuta per essere anche la tassa più crudele), la cui accelerazione è stata confermata prima dall’indice dei prezzi al consumo  e poi, ieri, dall’indice dei prezzi alla produzione.