Fca, Manley: coronavirus potrebbe fermare uno stabilimento in Europa
Le conseguenze del coronavirus potrebbero colpire anche uno stabilimento Fiat Chrysler in Europa, lo ha detto il ceo del gruppo automobilistico, Mike Manley, in un’intervista rilasciata al Financial Times:
“Se la situazione continua a peggiorare ci potrebbe essere il rischio di dovere fermare uno stabilimento in Europa nelle prossime due-quattro settimane”. Si tratterebbe di una conseguenza dovuta ai rallentamenti subiti da quattro fornitori, che metterebbero a rischio gli approvvigionamenti di uno stabilimento il cui nome non è stato rivelato dall’ad.
“Abbiamo identificato il problema. Ci vorranno tra due e quattro settimane per capire se la fornitura per uno dei nostri stabilimenti in Europa sarà interrotta”. La società verificherà se sarà possibile ottenere i componenti necessari da altri fornitori non colpiti dalle conseguenze dell’epidemia scoppiata in Cina.
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A Wall Street si respira ottimismo grazie all’avvicinarsi di un accordo tra Stati Uniti e Iran e all’attesa per l’Ipo di SpaceX. L’accordo prevede la revoca delle sanzioni petrolifere e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Intanto, i principali indici azionari statunitensi registrano guadagni, mentre il petrolio Wti segna un calo.
La Ford ha emesso un richiamo per oltre 255mila veicoli negli Stati Uniti a causa di una valvola di spurgo del canister difettosa, che potrebbe portare allo spegnimento del motore. La NHTSA ha comunicato che i veicoli coinvolti mostrano segnalazioni di malfunzionamento e imprecisioni nel livello del carburante. Il richiamo coinvolge alcuni modelli Focus prodotti tra il 2012 e il 2018.
La Borsa di Tokyo ha registrato un’impennata del 3% grazie alla speranza di un accordo imminente tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto in Medio Oriente. L’indice Nikkei ha chiuso con un guadagno del 2,81%, mentre il Topix è salito dell’1,35%.
La Bce potrebbe aumentare nuovamente i tassi di interesse se il conflitto in Medio Oriente continuerà a influenzare l’economia. Lo afferma Joachim Nagel, membro del Consiglio direttivo