Cina, crollo yuan in vista?

8 Febbraio 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) – “Sebbene sia impossibile escludere lo scenario di un unico ampio deprezzamento, non riteniamo che ciò possa verificarsi a breve”. La pensa così Hans Bevers, Senior Economist di Degroof Petercam AMD, dopo che diversi investitori importanti hanno dichiarato guerra al Renminbi negli ultimi giorni.

Di seguito la nota completa:

“La Cina sembra destinata a evitare un atterraggio brusco nel 2016 poiché le misure di stimolo adottate precedentemente dovrebbero stabilizzare l’attività economica nei prossimi mesi. Allo stesso tempo, tuttavia, le stime più a lungo termine riguardo la crescita cinese sembrano ancora troppo ottimistiche e si prospettano le sfide legate alla transizione da una economia pianificata a un’economia di mercato basata sui consumi. La combinazione tra progressi costanti e rapidi sulle riforme strutturali (come la liberalizzazione dei conti capitale) e la crescita elevata (in linea con il nuovo target di crescita ufficiale di circa il 6,5%) non sembra possibile. Apparentemente, un importante deprezzamento potrebbe davvero essere d’aiuto e riconciliare entrambi gli obiettivi.

Detto questo, poiché la Cina rappresenta la seconda più grande economia mondiale, con la sua attività economica che conta per circa il 15% del PIL globale, un ampio deprezzamento rinforzerebbe le dinamiche deflazionistiche, che attualmente stanno già avendo un impatto a livello globale. Come regola generale, un deprezzamento del 10% dello yuan ponderato su base commerciale darebbe una spinta alla crescita del PIL cinese di (solo) 0,5 punti percentuali nel primo anno successivo allo shock. Tuttavia, ciò fa presumere che non ci siano ripercussioni negative sul resto dell’economia globale. Quest’ultimo punto, tuttavia, è fortemente improbabile. Più probabilmente, un brusco deprezzamento avrebbe un significativo impatto negativo sui mercati finanziari mondiali, incentiverebbe le altre banche centrali al contrattacco in termini di politica monetaria, pesando a sua volta sul sentiment globale dei consumatori e delle imprese. Inoltre, ciò avrebbe un impatto negativo anche sulla spesa cinese per i consumi e sarebbe in conflitto con la strategia adottata dai policymaker del Paese per ri-bilanciare l’economia. Oltretutto, il desiderio della Cina di giocare un ruolo più rilevante all’interno della scena politica internazionale, probabilmente, attrarrebbe di conseguenza molto scetticismo.

Un’altra opzione è che la Cina faccia retromarcia sulle misure adottate precedentemente circa l’apertura dei conti capitale, con l’obiettivo di frenare le fughe di capitale e l’esaurimento delle riserve in valuta estera, in modo che la politica monetaria possa essere più efficace. L’evidenza suggerisce che ciò in realtà si stia già verificando. Ciò in parte ha senso, ma come già detto, tale strategia verrebbe largamente interpretata come un dietrofront da parte della Cina sulle promesse precedenti a procedere con le riforme, provando così ad aggrapparsi disperatamente alle vecchie strategie. In sostanza, tutto ciò significa che i policymaker cinesi sono bloccati e che saranno legati a una sorta di politica che procederà a singhiozzi negli anni a venire. Con il credito che cresce ancora a livelli insostenibili e con i costi di servizio del debito in forte aumento, questo approccio basato sul “rimandare all’infinito” costituisce una situazione sempre più scomoda in cui trovarsi.

Probabilmente il risultato è che per il momento un atterraggio brusco verrà evitato, poiché l’effetto stabilizzatore derivante dalle misure di stimolo adottate in precedenza comincerà lentamente a dare i suoi frutti. Dall’altro lato, l’outlook di medio-lungo periodo appare ancora estremamente impegnativo in un contesto caratterizzato da debito pubblico cinese in eccesso, invecchiamento della popolazione, scarse possibilità di recupero e difficoltà legate a un ulteriore ribilanciamento economico. Le preoccupazioni di un atterraggio brusco, pertanto, continueranno per molti anni. Non è chiaro se i mercati finanziari stiano tenendo pienamente in considerazione tale aspetto. Le pressioni del deprezzamento con molta probabilità persisteranno. Allo stesso tempo, qualsiasi deprezzamento probabilmente sarà graduale, data la quantità di riserve in valuta estera disponibile. Rimane poco chiaro come i mercati finanziari reagiranno a tutto questo, in particolar modo dato che è percepita una mancanza di comunicazione da parte delle autorità cinesi su come verrà gestito il renminbi (anche se dovrebbe essere chiaro che il renminbi non seguirà più il dollaro, se quest’ultimo tendesse ad apprezzarsi ulteriormente).

Un’ulteriore liberalizzazione di conti capitale sembra destinata a verificarsi in maniera molto graduale. I significativi sforzi fatti lo scorso anno sono strettamente legati all’ambizione cinese di includere il renminbi nel paniere delle valute di riserva internazionale del Fondo Monetario Internazionale, ma probabilmente questi subiranno per il momento una battuta d’arresto. Considerati i livelli di debito estero molto bassi, le riserve in valuta estera elevate e i controlli sui capitali, sembra impossibile che gli investitori internazionali possano spingere la Cina in una tipica crisi dei Mercati Emergenti, innescando un solo forte deprezzamento rispetto a un livello di peg della valuta ritenuto insostenibile. Come affermato precedentemente, non possiamo escludere che la Cina mirerà a questo a un certo punto. Tuttavia, per le ragioni precedentemente esposte, non riteniamo che ciò si verificherà a breve. Negli anni a venire è probabile che continuerà ad esserci un deprezzamento controllato e graduale.