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Dopo otto mesi di battaglia, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata dal Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca è arrivata al traguardo: nell’ultimo giorno utile, ieri 8 settembre, le adesioni hanno toccato quota 62,3% del capitale, ben oltre la soglia simbolica del 50% che sancisce il cambio di controllo di Piazzetta Cuccia.
Per la banca senese guidata da Luigi Lovaglio si tratta di un successo pieno, che apre una nuova fase nella storia della finanza italiana, ponendo fine all’era di Alberto Nagel, alla guida di Mediobanca dal 2008.
Dalle difese all’offensiva
L’offerta, partita il 14 luglio, si era inizialmente scontrata con lo scetticismo di parte del mercato e con la strategia difensiva elaborata dal board di Mediobanca. La proposta alternativa di Nagel – un’Ops su Banca Generali – era stata bocciata dall’assemblea degli azionisti, lasciando di fatto campo libero al pressing di Siena.
L’intervento decisivo è arrivato nelle ultime settimane: l’aggiunta di una componente cash da 0,9 euro per azione ha reso l’offerta più appetibile, soprattutto per i grandi soci istituzionali, permettendo a Mps di superare il 35% minimo di adesioni e infine di scalare la maggioranza assoluta.
A spianare la strada all’operazione sono stati due azionisti di peso: Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e il gruppo Caltagirone, che sin dalle prime battute hanno consegnato le proprie azioni, garantendo a Mps un primo pacchetto del 30%.
A loro si sono aggiunti progressivamente le casse previdenziali (con Enpam in testa), le famiglie Benetton, Tortora e Doris, insieme a fondi e asset manager internazionali come Vanguard, Fidelity e Blackrock. Una girandola di adesioni che ha di fatto dissolto quel che restava del tradizionale patto di sindacato, un tempo pilastro della governance di Piazzetta Cuccia.
La prospettiva di un terzo polo bancario
Il successo dell’offerta segna una cesura netta: Mediobanca, storicamente considerata il regista silenzioso del capitalismo italiano, diventa controllata di Mps. Non un dettaglio da poco, visto che la banca senese è tuttora partecipata al 11,7% dal Tesoro: il governo si trova così indirettamente proiettato nel cuore delle partite strategiche della finanza tricolore, a partire da quella che riguarda Generali, di cui Mediobanca detiene ancora il 13,1%.
La prospettiva che si apre è quella di un nuovo “terzo polo bancario”, in grado di affiancare i colossi Intesa Sanpaolo e UniCredit. Un progetto che Lovaglio aveva messo sul tavolo già nella primavera scorsa, presentandolo come la sintesi tra la solidità di una banca commerciale e il know-how di un operatore specializzato in investment banking e wealth management.
Nagel verso le dimissioni
Allo stesso tempo, con il superamento del 50% di adesioni, per Nagel e l’attuale cda il destino appare segnato. Secondo fonti citate da Financial Times e Bloomberg, il banchiere starebbe preparando le dimissioni, che potrebbero arrivare già nel cda del 18 settembre o, più probabilmente, nell’assemblea convocata per il 28 ottobre. Se la notizia fosse confermata, l’uscita di scena del manager chiuderebbe un ciclo lungo oltre tre lustri, durante i quali Mediobanca aveva progressivamente rafforzato la propria autonomia dal sistema politico e dalle grandi famiglie del capitalismo storico.
Sul fronte successione, i nomi che circolano per la futura governance sono di primo piano: Fabrizio Palermo (attuale ad di Acea) e Marco Morelli (Bnp Am) per il ruolo di ceo, mentre per la presidenza si fanno i nomi di Vittorio Grilli (Jp Morgan) e Luigi de Vecchi (Citi). Un segnale che Lovaglio intende muoversi con figure di alto profilo, capaci di rassicurare il mercato e gli investitori internazionali.
Le prospettive su Generali
Il colpo di mano di Siena non si esaurisce in Piazzetta Cuccia. Con il controllo di Mediobanca, Mps eredita anche la partecipazione strategica nelle Assicurazioni Generali, che da decenni costituisce la chiave di volta del sistema. La combinazione con le quote di Delfin (10%) e Caltagirone (6,7%) potrebbe creare un blocco capace di ridisegnare i rapporti di forza a Trieste, aprendo scenari inediti per l’amministratore delegato Philippe Donnet, rieletto lo scorso aprile con una maggioranza costruita proprio grazie al supporto di Mediobanca.
Il progetto di fusione nell’asset management con Natixis, voluto dal board delle Generali e osteggiato da governo e grandi azionisti privati, appare ora in forte salita. Allo stesso tempo, le sinergie annunciate da Lovaglio – 700 milioni di euro di risparmi attesi e 2,9 miliardi di crediti fiscali da sfruttare in sei anni – potrebbero rendere più fluida la futura integrazione tra Siena e Piazzetta Cuccia.
Mercato, prossimo banco di prova
Resta da capire se il mercato premierà o meno questa strategia. L’appuntamento cruciale sarà la riapertura dei termini dell’offerta dal 16 al 22 settembre, quando Siena potrebbe oltrepassare il 66,7% del capitale, soglia necessaria per procedere al delisting e alla fusione. Un traguardo che, se raggiunto, darebbe a Lovaglio carta bianca per integrare le due realtà e completare quella che si presenta come la più grande trasformazione bancaria italiana dal salvataggio delle Popolari venete nel 2017.