Mondo: Qualità della vita, la Norvegia è prima

1 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

Da una parte fiordi, saune, salmoni e notti bianche. Dall’altra guerra, attentati, odio religioso e palme nel deserto. Sono i due estremi della vita sul nostro pianeta, secondo il Global Peace Index, un rapporto pubblicato mercoledì a Londra che prova a compilare la graduatoria dei Paesi più e meno tranquilli del mondo sulla base di una montagna di dati statistici.
Preparato dagli esperti dell’Economist Intelligence Unit, braccio analitico dell’autorevole settimanale britannico, su commissione di Steve Killelea, un filantropo australiano che si occupa di incoraggiare la pace internazionale, lo studio esamina 121 nazioni, dalla A alla Zeta, ovvero dall’Algeria allo Zimbabwe, confrontando 24 fattori che vanno dallo stato di guerra alla criminalità, dalle tensioni etniche o religiose all’insicurezza sociale, tenendo conto anche del grado di democrazia, istruzione e benessere, per determinare dove la vita è più pacifica e dove è invece più pericolosa. Risultato: la Norvegia è la nazione più tranquilla della terra, seguita nell’ordine da Nuova Zelanda, Danimarca, Irlanda, Giappone, Finlandia, Svezia, Canada, Portogallo e Austria; mentre il Paese più pericoloso è l’Iraq, con Sudan e Israele a fargli compagnia in coda alla classifica. Come verdetto, non è sorprendente: dovendo scegliere tra Oslo e Bagdad, non c’è dubbio dove preferirebbe vivere la maggior parte della gente, senza bisogno di consultare esperti e sondaggi. Ma l’Indice della Pace globale contiene anche qualche dato meno prevedibile. Mentre i più grandi Stati europei figurano in discreta posizione, Germania al dodicesimo posto, Spagna al ventunesimo, Italia al trentatreesimo, Francia al trentaquattresimo, la Gran Bretagna è parecchio più in giù, al quarantanovesimo: l’altra faccia degli anni di boom del blairismo è che qui il gap ricchi-poveri è triplicato nell’ultimo decennio e che c’è la più numerosa popolazione carceraria d’Europa in rapporto alla popolazione, con gang di periferia e omicidi giovanili in una realtà assai diversa dallo scintillante centro di Londra cui sono abituati i turisti. Un’altra sorpresa è che due degli otto membri del G8 compaiono decisamente in basso in questa graduatoria: gli Stati Uniti al novantaseiesimo posto (solo uno prima del “nemico” Iran) e la Russia addirittura al centodiciottesimo. Per gli Usa vale, all’ennesima potenza, il discorso fatto per la Gran Bretagna: forti sperequazioni sociali, alto tasso di criminalità, due milioni di cittadini dietro le sbarre. Quanto alla Russia, il disordine sociale rimane alto, nonostante il pugno di ferro di Putin, che peraltro ha fatto di molto diminuire le libertà civili e democratiche. L’idea di un “indice della pace” ha ricevuto il sostegno di premi Nobel e personalità come il Dalai Lama, l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, l’ex-presidente americano Jimmy Carter, la regina Noor di Giordania, l’economista Joseph Stiglitz. L’utilità dell’iniziativa, afferma il suo creatore Steve Killelea, consiste “nell’individuare gli elementi che caratterizzano i Paesi più pacifici e adottarli come un modello per i meno tranquilli”. E quali sono questi elementi? “Un benessere di massa e un alto grado di istruzione, oltre a buoni rapporti con gli stati vicini”, rispondono gli analisti dell’Economist Intelligence Unit: ecco perché i 27 paesi membri dell’Unione europea figurano complessivamente bene nella classifica della tranquillità.
Pacificare un Paese belligerante e instabile, sembra suggerire il rapporto, si può fare meglio con gli aiuti economici, la scolarizzazione e l’integrazione regionale, che con la forza: ogni riferimento all’Iraq non è puramente casuale. Il buon piazzamento di Giappone e Germania, inoltre, offre speranza alle nazioni oggi traumatizzate da guerre e caos: ”Anche chi attraversa un periodo storico cupo”, conclude Killelea, “può pensare che, facendo le mosse giuste, prima o poi vedrà la luce alla fine del tunnel”.