MISSIONE:
SUICIDIO EVITATO

16 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

«D’Alema più furioso che io abbia mai visto», racconta uno. «Mentre parlava non volava una mosca», conferma un altro. E aggiunge: «Ha parlato con la gravità delle svolte storiche».

Alla riunione del gruppo a Montecitorio i Ds dovevano discutere come votare sul pacchetto umanitario per l’Iraq predisposto dal governo, e i deputati si aspettavano maretta, questo sì, per via del solito spettro del voto in libertà della minoranza, ma nessuno immaginava che il presidente del partito prendesse la parola per pronunciare un discorso tanto acceso, tanto duro verso quelli di Aprile.

Obiettivo contingente, sostenere le ragioni dell’astensione sulla mozione del governo e convincere il correntone ad allinearsi. Convincere, con maieutica d’assalto: «Siamo all’imbecillità – ha detto a un certo punto D’Alema – non c’è altro modo di definire l’idea di votare contro l’invio degli aiuti umanitari.
Attenzione, perché è chiaro da tempo che per questa strada il partito va a morire, ma ora siamo addirittura al cupio dissolvi».

Poi il presidente del partito ha accusato il correntone di «politicismo»: «Ma non vi rendete conto che la gente non capisce? Parlate di willings, Onu, Ue, ma queste sono distinzioni che nessuno può capire quando si tratta di cibo, acqua, medicinali».

Quindi D’Alema ha voluto sottolineare che la musica va a cambiare, che l’astensione segna la fine dell’era del «senza se e senza ma» e delle logoranti mediazioni interne. «Badate – ha avvertito – che oggi ci asteniamo, ma quando sarà pronto il decreto, se ci saranno le condizioni, dovremo essere pronti a votare anche sì».

Infine la battuta sul Mugello, più volte evocato nel corso dell’intervento a proposito di una «politica degli abbracci» che non risolve alcuna delle contraddizioni interne alla Quercia: «Se oggi non saremo in grado di fare la nostra parte – ha concluso D’Alema – non ci resterà che ritirarci sull’Appennino tosco-emiliano».

Un modo fin troppo esplicito per bocciare il faccia a faccia Fassino-Cofferati e gli eccessi della mediazione.

La sfuriata di D’Alema ha avuto effetto immediato: il correntone, entrato in assemblea determinato a votare contro il governo, ha autoridotto il dissenso, con quello che Fabio Mussi ha poi definito «un gesto di buona volontà».

Posizione concretizzata con un sì al documento della maggioranza dell’Ulivo (Ds, Margherita, Sdi e Udeur), votato in alcune parti dalla stessa maggioranza, e la non partecipazione al voto su quello della Cdl. Abbandonata al suo destino la mozione di Verdi, Pdci e Rifondazione.

«Non abbiamo voluto drammatizzare e portare fino alle estreme conseguenze un dissenso, per tenere unito quello che c’è da tenere unito», ha spiegato Mussi, mentre Folena rintuzzava attacchi ed obiezioni sventolando la prima pagina dell’Unità di ieri: «Soldati italiani gettati allo sbaraglio».

Meno problemi interni ha avuto Francesco Rutelli, che al riparo dalla dichiarazioni ufficiali sull’Onu e sull’Ue, tesseva la sua trama bipartisan dalle 48 ore precedenti il voto, forte del lavoro dei suoi colonnelli e della sponda garantitagli da Sdi e Udeur.

E poco conta che alla fine i deputati della Margherita disobbedienti – che hanno votato contro il governo – siano stati cinque, tra cui l’ex sottosegretario prodiano Enrico Micheli e una Rosi Bindi strigliata a dovere dal capogruppo Pierluigi Castagnetti, contro i soli due del correntone (Alfiero Grandi e Fulvia Bandoli).

Se, come molti nel centrosinistra sostengono, il voto di ieri segna davvero il battesimo ufficiale dell’«Ulivo a due velocità», Rutelli è convinto di essersi messo al volante della parte giusta, quella che marcia spedita, dice lui, «verso le future responsabilità di governo».

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