Mifid II: industria del risparmio italiano deve migliorare in trasparenza

6 Novembre 2019, di Alessandra Caparello

L’industria del risparmio italiano ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda la trasparenza nei confronti degli investitori finali.
Così emerge dai risultati della ricerca School of Management del Politecnico di Milano – Moneyfarm che ha analizzato la qualità delle informative ex post a consuntivo dell’anno 2018, inviate dai principali intermediari finanziari (18 tra i principali) a milioni di investitori retail italiani.

La direttiva Mifid II, applicabile nell’Unione Europea dal 3 gennaio 2018, nasce con l’obiettivo di definire uno standard virtuoso nella comunicazione dei costi degli investimenti per aiutare il risparmiatore a prendere decisioni di investimento consapevoli. Da quest’anno inoltre sono stati introdotti per la prima volta i rendiconti annuali su costi e oneri sostenuti effettivamente dai risparmiatori sui loro investimenti.
Ora l’analisi della School of Management del Politecnico di Milano – Moneyfarm ha passato ai raggi x l’informativa Mifid II di 18 tra i principali intermediari finanziari operanti in Italia, grazie anche alla collaborazione di clienti che hanno reso disponibile la documentazione in forma anonima.

Costi associati alle gestioni finanziarie: Italia fanalino di coda

Prima di svelare i risultati della ricerca è bene fare una premessa. In Italia i costi associati alle gestioni finanziarie sono tra i più alti al mondo. Secondo la “Global Investor Experience Study: Fees and Expenses” di Morningstar, che ha confrontato l’incidenza dei costi dei fondi comuni che gravano sui clienti retail in 26 nazioni, l’Italia è fanalino di coda insieme a Taiwan; e anche rispetto ad altri paesi Europei, si posiziona molto male.

 

I tre adempimenti oggetto della valutazione e i risultati

Detto ciò il quadro che delinea la ricerca non è certo roseo. C’è da dire che l’analisi fa seguito a una prima parte presentata sempre da Moneyfarm e School of Management del Politecnico di Milano a luglio 2019  sulla qualità delle informative ex ante fornite ai clienti esistenti e potenziali dal medesimo campione di analisi.
I risultati della prima parte di ricerca avevano evidenziato in sintesi che solo il 25% della documentazione ex-ante raccolta riportava la totalità delle informazioni raccomandate dalle autorità.

L’analisi è stata condotta sulla base di tre distinti livelli di valutazione su adempimenti relativi ai
1)
requisiti obbligatori minimi imposti dalla normativa primaria (Direttiva MiFID II) e dai regolamenti attuativi di secondo livello,
2)  indicazioni ESMA contenute nel documento di Q&A (pubblicate fra ottobre 2016 e maggio 2019 anche nell’ambito del dialogo avviato con gli operatori del mercato) e, a titolo di best practice, le Linee Guida pubblicate da Ascofind nel documento “Informazioni sui costi e oneri”,
3)
alcuni parametri qualitativi addizionali individuati dagli autori della ricerca come rilevanti rispetto all’obiettivo di massimizzare la trasparenza e la chiarezza delle informazioni fornite (i.e. metriche per analizzare la leggibilità e la comprensione del documento).

Ebbene dalla ricerca emerge che solo 5 intermediari su 18 hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa primaria (Direttiva MiFID II) e dai regolamenti attuativi di secondo livello. In dettaglio riguardo all’indicazione dell’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento, il 44% degli intermediari lo ha indicato in modo parziale (omettendo il dato sul rendimento e indicando il solo costo sostenuto) mentre nel 6% dei casi l’informazione è del tutto assente.

Relativamente agli oneri fiscali da riportare obbligatoriamente (imposta di bollo e Iva), nel 22% dei rendiconti la voce è presente solo parzialmente, nell’11% dei casi questi oneri non sono stati illustrati. Tutti gli intermediari hanno invece correttamente riportato i costi totali applicati all’investitore (in valore assoluto e in percentuale) e la ripartizione in forma aggregata dei costi in strumenti finanziari, servizi d’investimento e pagamenti di terzi riconosciuti all’intermediario finanziario.

Nessun intermediario poi è riuscito a seguire tutte le raccomandazioni indicate nelle Q&A dell’ESMA e dalle associazioni di categoria.  Il risultato più negativo, dice la ricerca, riguarda la poca trasparenza nella comunicazione dei “pagamenti riconosciuti da terze parti”: il 94% degli intermediari utilizza termini di non immediata comprensione (come “inducements” o “incentivi”) per questa voce, relativa alle retrocessioni percepite per strumenti finanziari raccomandati o offerti ai propri clienti. Solo 1 intermediario del campione li ha definiti come tali conformemente alle indicazioni di ESMA, prassi che potrebbe sviare il cliente facendo risultare indipendente un intermediario che invece non lo è.

Infine, per riassumere in un unico indicatore di valutazione le diverse variabili esaminate lungo le tre categorie di analisi (1. requisiti obbligatori, 2. linee guida ESM + best practice associazioni categoria, 3. parametri qualitativi addizionali) è stata poi elaborata una tabella (vedi sotto=m in cui vengono riassunti tutti gli elementi di valutazione per i 18 documenti del campione in cui è indicato il ranking gerarchico di merito fra i diversi intermediari, evidenziando i punti più deboli nella rendicontazione.

La griglia assegna un ‘voto’ finale in trentesimi, fra 0 e “30 con lode”, a ciascuno dei 18 documenti analizzati da cui risulta che complessivamente, il voto medio è pari a 21,4, 4 rendiconti non raggiungono la sufficienza, a causa di lacune rilevate nella sezione delle informazioni obbligatorie e solo 3 rendiconti totalizzano un punteggio superiore a 26/30.

 

Per quanto riguarda l’Italia, l’industria del risparmio, in questo suo primo test imposto dal Legislatore, non è sempre riuscita a cogliere a pieno le potenzialità derivanti dalla MiFID II a beneficio di tutti. Scopo principale della Direttiva è quello di definire uno standard virtuoso nella comunicazione dei costi per aiutare l’investitore a prendere decisioni di investimento consapevoli; i risultati mostrano che alcuni intermediari sono riusciti meglio di altri nell’obiettivo.
Sarà interessante osservare se nei prossimi anni il mercato farà tesoro di queste informazioni. Speriamo nel nostro piccolo di avere contribuito a fornire un utile strumento di auto-valutazione per gli operatori e di verifica della trasparenza delle informazioni ricevute per i risparmiatori”.

Così Giancarlo Giudici, Professore associato della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della Ricerca.