Mercati, il ritorno dell’arte dello stock picking: cosa significa

13 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

Per molto tempo i titoli che offrivano tassi di crescita superiori a quelli del mercato sono stati preferiti ai titoli “value”. Ma gradualmente, visto anche il contesto attuale particolare e volatile, le cose stanno cambiando. E sta tornando in auge con prepotenza l’arte dello “stock picking”.

Lo riporta il Financial Times. Secondo il quotidiano della City leggende degli investimenti come Jeremy Grantham di GMO, Warren Buffett, Seth Klarman di Baupost oppure ancora il fondatore di Oaktree Capital Howard Marks sentono che “il vento sta cambiando dopo un lungo periodo di risultati scarsi”.

La situazione ha iniziato a cambiare intorno all’autunno dell’anno scorso. Allora i titoli “value” hanno fatto meglio del segmento “growth” di più del 2%. La performance non è passata inosservata e ora gli investitori sono tornati a ricorrere alla ‘vecchia scuola’ dello stock picking.

Stock picking: “È arrivato il nostro momento”

È arrivato il nostro momento“, dichiara al Financial Times Michael Mullaney, director of research di Boston Partners, un gestori di fondi value equity. La società da $81 miliardi di asset in gestione ha accumulato posizioni in banche, compagnie di assicurazione e gruppi di assistenza sanitaria che ritiene abbiano perso troppo terreno rispetto ai fondamentali. “La mia speranza è che il ‘value’ intrinseco possa sostenere i titoli a lungo tempo”.

Brent Fredberg, direttore del gruppo di investimenti Brandes Investment Partners, osserva che l’indebolimento del tasso di crescita degli utili nel settore tecnologico, unito alla fragilità generalizzata dei mercati, ha cambiato le prospettive per chi sostiene di essere in grado di fare affari in Borsa.

Value stocks ideali per chi va caccia di rendimenti

È in aumento il numero di discepoli della strategia che prevede di comprare azioni che sembrano convenienti a giudicare dal book value. È un indice di solidità di bilancio, in quanto misura la differenza tra gli asset della società e le sue passività e attività intangibili.

I seguaci della scuola di pensiero “growth”, invece, puntano su titoli che scambiano sopra il book value, ma con tassi di crescita elevati in termini di fatturato e di utili. Sono spesso aziende del settore tecnologico, biotech e dei pagamenti digitali.

Per “growth stock” si intende un titolo il cui obiettivo è crescere in fretta. Di solito non offrono dividendi, proprio perché anziché premiare gli azionisti preferiscono investire il denaro guadagnato in nuovi progetti per crescere. Si tratta di nomi che dovrebbero fare meglio del resto del mercato. Di solito sono aziende del settore tecnologico, biotech e dei beni al consumo.

Sonno titoli che tendono a essere sopravvalutati. Le ‘value stocks’, al contrario, tendono a essere sottovalutate perché azioni di realtà più piccole ignorate dal mercato. Alla fine possono generare valore per chi investe, ma è soprattutto la cedola offerta con cadenza costante a interessare ai trader. Per una diversificazione efficace, l’ideale è avere entrambi i tipi di titolo in portafoglio.