Mashape, il successo dei giovani italiani nella Silicon Valley

3 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Due anni fa, per strappare in 19 giorni a tre pionieri di YouTube l’investimento da 101mila dollari che gli ha permesso di iniziare l’avventura nella Silicon Valley, si erano imbucati a casa di Travis Kalanick, “papà” del precursore di Napster.

Ma se infilarsi alle feste di potenziali investitori rimane la strategia fondamentale di Augusto Marietti e Marco Palladino, 23enni fondatori di Mashape, l’eBay dei componenti per software, convincere un pool di 15 “big”, tra cui Jeff Bezos di Amazon e il fondo Innovation Endeavors dell’executive chairman di Google Eric Schmidt, a staccare un assegno da un milione e mezzo di dollari ha richiesto qualche sforzo in più.

Racconta dagli uffici di San Francisco Palladino, che di Mashape è il Chief Technology Officer, o Tech Quarterback, come ama definirsi: “I soldi che ci avevano permesso di sviluppare Mashape stavano per finire; non coprivamo le spese. Così, proprio come ha fatto Mark Zuckerberg di Facebook quando si è trovato con milioni di utenti ma non riusciva a monetizzare sufficientemente il proprio business, siamo tornati dagli investitori per un secondo round”.

Ancora una volta la rete di contatti si è rivelata indispensabile. Spiega “Aghi” Marietti, Chief Executive: “Due anni fa, a uno di quei famigerati party da imbucati, avevamo conosciuto George Zachary, partner di Charles River Ventures, fondo da 3 miliardi di dollari che investe in Twitter. Si è offerto di aiutarci. Per due mesi ci siamo staccati dal prodotto per concentrarci sui meeting nella Sand Hill Road di Palo Alto, la strada dove hanno sede tutti i venture capitalist. Un periodo faticoso: dovevamo dimostrare di non essere degli immigrati alla ventura, ma di avere una base e conoscenze nell’ambiente”.

Li hanno convinti. Da Zachary sono arrivati al fondo Nea, colosso da 11 miliardi di dollari che investe in Groupon, poi Index Ventures (Skype) e i mitici Bezos e Schmidt. “Gli abbiamo parlato per telefono. Un colloquio molto tecnico. Al di là delle apparenze, sono entrambi estremamente inquadrati. Anche perché all’inizio, quando ti servono i soldi per sviluppare il prodotto, vendi un sogno. Quando invece il prodotto ce l’hai non si parla più solo di sogni, ed entrano in gioco formalità che prima non c’erano”.

Con Bezos, che solo per gestire la vita privata ha 5 assistenti, si incontreranno a cena una o due volte l’anno, per parlare del prodotto. Classico “genio e sregolatezza” si è rivelato invece Bob Pasker, fondatore di WebLogic. Ricorda Palladino: “E’ salito sul tavolo, nella sala riunioni del venture capitalist che ci ospitava, e in piedi ha urlato, “I got it!”, “Ho capito!””.
Ma spesso, un investitore interessa più per i contatti che possiede che per la cifra che mette a disposizione. “Questa è gente che conosce tutti. Quando vorrò vendere Mashape a un colosso delle telecomunicazioni come AT&T, non dovrò far altro che chiedere a uno dei miei investitori di presentarmi il suo amico a.d. di AT&T”.

E adesso? “Il prossimo passo è quello di diventare ‘profitable'”, spiega Marietti, “cioè avere abbastanza entrate da coprire i costi. Poi assumere 5 o 6 sviluppatori, che nella Silicon Valley costano anche 8mila dollari al mese, ampliare il bacino clienti e sistemare i nostri visti”. Aggiunge Palladino: “Non ci diamo ancora stipendi, il mio conto in Banca Intesa è sempre in rosso. Ma se viviamo ancora tutti insieme (con loro c’è anche il socio Mike Zonca, 29 anni, ndr) è anche perché la vera innovazione non si fa in ufficio, ma alle tre di notte, quando ti svegli impanicato e fai brainstorming in cucina. Appena possibile però prenderemo una casa con piscina a Palo Alto, come nel film The Social Network. E’ il CAP più ricco d’America: tutti i tech billionaire vivono lì”.

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