MA QUALI VOLENTEROSI

22 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Ve lo dico io, cari riformisti e volenterosi di tutte le latitudini, perché siete immersi in un mare di frustrazione, di impotenza, di velleitarismo, sia che governi la destra sia che governi la sinistra. Ve lo spiego io, e non è così complicato a dirsi, perché versate in uno stato di abbandono, di inconcludenza, e dunque siete costretti alla petulanza, alla pubblicistica prepolitica e sentimentale, alla nostalgia di quel che poteva essere e non fu, come segni scoloriti sull’agenda Giavazzi.

Che l’Italia sia immobile per natura, mentre cambia pelle ogni minuto con le sue famose rivoluzioni passive, e che sia inutile governarla nel senso anglosassone e occidentale o anche soltanto europeo del termine, è solo un aspetto della questione, per quanto rilevante. A volerci comunque provare, con questo meraviglioso legno storto che siamo sempre stati, il cosiddetto riformista, il liberalizzatore, il giavazzista dovunque collocato deve fermarsi a riflettere.

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Il punto è che le riforme si fanno, almeno quelle vere, a due condizioni, una cultura diffusa che le accoglie e un’autorità forte che le dispone. Senza una guerra culturale che cambi di segno il modo di vita riverito e accettato dagli italiani, e senza una riforma costituzionale e istituzionale che dia i mezzi per decidere, ché riformare nel profondo è soprattutto un decidere significativamente, il riformista liberalsocialista o di altra variante ideologico-politica non combina nulla di nulla.
Guerra culturale, dunque. La riforma come chiacchiera a vuoto e ininfluente comincia quando le parole importanti perdono di significato. E da noi, per motivi radicali e di lunga durata storica, di parole importanti che abbiano conservato un senso ce ne sono ormai pochissime.

Come al solito, non è una questione di valori, espressione spesso ambigua e intinta nel moralismo, ma di criteri. Se un criterio di vita abbia da essere la responsabilità, bisogna che la gente accetti la mobilità, la competizione, che l’intimismo solidale delle vite di cui raccontano il nostro cinema e la nostra romanzeria sia integrato da un’apertura all’epica, alla storia, all’idea di cittadinanza, di nazione, di mondo e di identità.
Se un altro criterio di vita abbia da essere la libertà, bisogna che il rischio e la defamiliarizzazione della società familista procedano nelle coscienze, nel modo di vedere le cose, nei modelli di esistenza prevalenti.

Noi stiamo facendo di tutto per consumare come un cerino il senso stesso della famiglia, ma non per emergere come liberi individui di una società responsabile, che è il terreno di coltura delle riforme e dei grandi e profondi cambiamenti che i riformisti liberali predicano; al contrario, ci teniamo il peggio del familismo, cioè una vaga e blanda ma coattiva ideologia solidarista, e della famiglia rifiutiamo ciò che importa, il carattere di istituzione votata all’educazione delle generazioni, alla trasmissione del passato in un presente che prepara il futuro.
Chissà che fine farà Nicolas Sarkozy, ma se cambierà qualcosa in Francia è anche perché ha detto che a scuola gli allievi devono alzarsi in piedi quando entra il professore.

Il protoriformista Sergio Cofferati, invece, è passato dalla difesa strenua della cuccia sicura con le lotte contro la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alla gestione law & order di Bologna, gettando se stesso e gli altri in confusione.

L’altra riflessione decisiva riguarda i mezzi per decidere l’assetto della Repubblica. I riformisti che si lamentano per il tramonto del riformismo hanno tutti votato, qualche mese fa, contro una Costituzione italiana in cui il capo dell’esecutivo aveva il potere di sciogliere le Camere e di revocare i ministri, e invece da sempre il riformismo vive o muore in relazione alla sua capacità di stabilire un’autorità forte, fondata di certo sul consenso, ma in grado di realizzare i cambiamenti.

Anche Bettino Craxi, un riformista serio, capì, sebbene poi non si sia tenuto al punto per ragioni di piccolo cabotaggio cui le tempeste della politica politicante lo hanno costretto, che il riformismo del suo tempo, quello socialdemocratico, aveva una speranza soltanto nell’idea e nel programma di una Grande riforma, che era poi il passaggio a una nuova Repubblica.
Resta infine una questione solo apparentemente laterale o minore. Ci vuole un po’ di fantasia politica e programmatica.

Un po’ di coraggio nell’andare alla sostanza delle cose. Il parlottio attuale intorno alle pensioni, per esempio, ha qualcosa di surreale. Le riforme delle pensioni sono state fatte, da Lamberto Dini e da Roberto Maroni. Punto. Un riformista serio, secondo me, non apre tavoli, come si dice con insopportabile espressione, ogni volta che c’è da fare quattro chiacchiere sul cambiamento (e questo vale anche per la legge Biagi sul mercato del lavoro).
Affronta lo scalone, e sale i gradini. Difende il riformismo che c’è stato, a garanzia del riformismo possibile, metodologico, che non arriva mai.

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