Economia

Lo smart working fa risparmiare 61 minuti ogni giorno agli italiani

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Il Work From Home Day, che ricorre ogni 17 maggio, è stato istituito per celebrare quei giorni in cui i dipendenti hanno l’opportunità di lavorare da casa, evitando il pendolarismo e riuscendo a ottenere una serie di vantaggi che si riflettono soprattutto sulla qualità della vita.

È stato appurato, infatti, che lavorare in smartworking anche solo qualche giorno alla settimana porti benefici sia ai datori di lavoro sia ai dipendenti, permetta di risparmiare sui costi dell’ufficio, aiuti a ridurre il traffico e offra la possibilità di gestire i carichi di lavoro in modo efficace e produttivo. Non solo. Lo smartworking è inoltre uno strumento molto utile per i lavoratori che stanno attraversando difficoltà temporanee nell’assistenza ai familiari fragili.

Smartworking, a beneficio dell’equilibrio tra lavoro e vita privata

Da una nuova ricerca del National Bureau of Economic Research riportata recentemente da Euronews emerge infatti che i lavoratori italiani grazie allo smartworking risparmiano ben 61 minuti al giorno, il 31% dei quali vengono dedicati al riposo, il 15% al caregiving e il 34% ancora al lavoro principale o a un secondo lavoro. Le percentuali cambiano se il lavoratore ha dei figli. Le donne con bambini più piccoli di 14 anni hanno dichiarato di aver dedicato alla cura dei figli 11,4 minuti in più del loro tempo. Da questi dati risulta chiaro che a beneficiare di questa modalità di lavoro sia l’equilibrio tra lavoro e vita privata.

Che, però, si riflette in vantaggi anche per i datori di lavoro. Mediamente, a livello globale, chi ha lavorato in smartworking è riuscito a dedicare il 40% del proprio tempo al lavoro, il 34% al tempo libero e l’11% ad attività legate alla famiglia. Dati in linea con la situazione italiana dove, da dati del VI rapporto Censis-Eudaimon, emerge che il 74,8% degli intervistati ha dichiarato che questa modalità riduce lo stress rispetto al lavoro in presenza: la pensa così il 50,3% di chi lavora nelle piccole imprese e il 76,9% di chi lavora in grandi aziende.

Sempre dalla stessa ricerca emerge un altro dato significativo: un quarto dei lavoratori intervistati ha dichiarato che lascerebbe o inizierebbe a cercare un altro lavoro se fosse costretto a tornare sul posto di lavoro 5 giorni alla settimana.

Più in generale, come confermano anche i dati del VI Rapporto Censis-Eudaimon, il 71,8% degli occupati italiani intervistati ritiene che lo smartworking non faccia lavorare meno e questo lo pensa sia chi ha avuto esperienze di lavoro da casa, sia chi non ne ha avute.

Un’opportunità per le aziende di essere vicine ai dipendenti

Un elemento di attenzione quindi per molte aziende che rimangono scettiche o espressamente contrarie allo smartworking perché convinte che i dipendenti siano meno produttivi rispetto al lavoro in presenza. Un fenomeno e una modalità lavorativa che coinvolge oramai un numero importante di lavoratori e che è diventato un elemento chiave nella scelta fra un posto di lavoro ed un altro: le elaborazioni Censis sui dati Istat hanno consentito di affermare che le persone che lavorano da casa erano circa 1.053.000 nel 2019, prima del Covid, sono saliti a oltre 3 milioni nel 2020 e, oggi sono scesi a circa 2,7 milioni. Pertanto, la quota in lavoro da casa sul totale occupati ha disegnato una parabola passando da 4,9% a 15,8% al più recente 12,2%.

Secondo Daniela Ivaldi, Sales Manager di Eudaimon,

“lo smartworking, e la sua razionalizzazione dopo la emergenza pandemica, è sicuramente una opportunità per le aziende per andare incontro a bisogni e istanze dei propri lavoratori. Venendo al tema della presunta minore produttività, in Eudaimon crediamo che una realtà lavorativa che si prende cura dei dipendenti tendenzialmente migliori l’engagement e lavoratori che sentono vicina la propria azienda lavorino meglio e producano di più a prescindere da dove si trovano fisicamente. Più in generale il tempo è una risorsa spesso scarsa e la sua gestione è sempre più importante per i lavoratori. Ci sono momenti belli, come l’arrivo di un nuovo componente della famiglia, o più difficili, come la gestione di situazioni legate all’età o alla salute dei parenti, dove un corretto bilanciamento fra vita lavorativa e privata è ancor più importante. La capacità da parte delle aziende di intercettare bisogni specifici, anche in momenti particolari, e di garantire suddetto bilanciamento è decisivo ed è alla base del lavoro che stiamo facendo insieme a molte delle aziende che hanno scelto di collaborare con Eudaimon”.

Lo scenario futuro: si tornerà in presenza oppure no?

Proprio valutando queste nuove necessità, era stata approvata la proroga della scadenza dello smartworking, fissata al 31 marzo 2023, per alcune categorie di lavoratori, al 30 giugno 2023. Questa decisione ha consentito ai lavoratori fragili di prolungare la propria operatività in smartworking, così come ai genitori di figli con meno di 14 anni. A fine giugno, senza un intervento del Governo si tornerà in presenza. Venuta meno la pandemia di Covid 19, lo smartworking, adottato come misura preventiva contro il contagio, cesserà di essere un’esigenza. Dunque, dal prossimo primo luglio, le due categorie citate torneranno a lavorare in presenza.

Un trend che ha ripercussioni a livello internazionale. Secondo alcuni dati pubblicati da Gartner, entro la fine del 2023 infatti solo il 9% dei lavoratori a livello mondiale lavorerà completamente in smartworking e il 39% dei dipendenti lavorerà in modalità ibrida, considerando il lavoro da casa per almeno un giorno alla settimana. In Europa, invece, le interazioni lavorative vis a vis restano le predilette ma si prevede che entro la fine del 2023 le percentuali di lavoratori in smartworking aumenteranno.