La risorsa più scarsa

4 Novembre 2015, di Luciano Martinoli

Colonne d’Ercole: oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di “fondamentali”dell’economia e della finanza migliori (o uguali?)

Anthony Doyle, investment director del team retail fixed interest di M&G Investments, all’avvicinarsi di Halloween si è divertito (ma non c’è proprio nulla di divertente) a realizzare i 5 grafici più spaventosi sull’economia globale.

Per lo scopo del titolo di questo post consideriamo solo il primo.

Ecco come l’autore interpreta il grafico:
“C’è stato un ingorgo di emissioni societarie dalla crisi finanziaria, quando le aziende hanno emesso titoli di debito a tassi d’interesse bassi. Che ne hanno fatto di tutta quella liquidità ricevuta in prestito dai mercati dei capitali? In un gran numero di casi, le società statunitensi hanno avviato operazioni di riacquisto di azioni e di fusione o acquisizione, contribuendo a spingere verso l’alto il mercato azionario. Solo una piccola parte dei proventi ricavati dal collocamento di debito sui mercati obbligazionari è stata impiegata nella spesa per investimenti”.
Interpretazione che sento di condividere e dai dubbi risultati, come recenti fusioni fanno intravedere (già illustrate in un precedente post). Ho invece una interpretazione sulle conclusioni:
“…le imprese sono tuttora restie ad assumere rischi, anche in un ambiente in cui, secondo la percezione di molti, l’economia statunitense è pronta a sostenere tassi d’interesse più alti“.
 
Il motivo di questa “resistenza ad assumere rischi” è un irrealistico desiderio di continuità con il passato (stabilità, visibilità sul futuro, ecc.) che le porterà a schiantarsi contro un futuro che è già presente. Detto ancora in altri termini, ci troviamo, anche dall’altra parte dell’oceano, di fronte alla scarsità della principale risorsa necessaria a creare vero sviluppo: l’imprenditorialità, intesa come capacità di inventare, attraverso prodotti e servizi, mondi totalmente nuovi.
Investire in azienda significa infatti avere un progetto per essa. Se il progetto è bello, alto, forte e condiviso non c’è paura del rischio ma voglia di realizzarlo. È evidente allora che progetti, e capacità di realizzarli, mancano anche alla stragrande maggioranza delle aziende americane.
Dunque tolte le solite Apple, Amazon, Facebook, eccetera (che trovano equivalenti in Italia in Ferrero, Ferrari, Luxottica, eccetera) siamo di fronte ad uno “shortage” cognitivo grave a livello planetario.
È possibile colmarlo invocando l’apparizione di nuovi “capitani” d’industria e finanza? Non credo che singoli individui, contrariamente a quanto si pensa, siano sufficienti per affrontare le sfide del XXI secolo.
Il tema è più profondo, vanno sviluppate le risorse cognitive necessarie a stimolare quell’imprenditorialità latente, quella capacità di immaginare i nuovi mondi, presente non solo nel “top” management” ma in tutta l’organizzazione.  La sfida della proposta di nuovi strumenti a tal scopo, che incapsulino le nuove risorse cognitive, è una sfida globale.