La crisi del greggio è la crisi dei paesi arabi

18 Settembre 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – La crisi del greggio colpisce quei paesi che hanno fatto del petrolio la loro fonte di ricchezza che fino ad oggi è apparsa inesauribile. Il prezzo del petrolio è sceso precipitosamente dal giugno 2014, a meno di 50 dollari al barile in questi giorni, circa la metà del suo livello, entrando con tutta probabilità in una fase di prezzi bassi come accaduto negli anni 1980 e 1990.

A ciò si aggiunge il fatto che la richiesta da parte degli Stati Uniti d’America è stata coperta da un aumento della produzione interna di shale oil e lo sviluppo delle nuove tecnologie in costante miglioramento per quanto riguarda l’efficienza energetica taglia fuori inevitabilmente la richiesta dell’oro nero.

Comincia così a offuscarsi l’immagine inflazionata e molto popolare dei ricchi sceicchi che spendono e spandono. Vivere da nababbi e fornire benefici generosi al resto della popolazione è diventato costoso. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato infatti che l’Arabia Saudita inizia ad avere deficit di bilancio quando il prezzo del petrolio è sotto agli 87, 20 dollari a barile. I paesi del Golfo possono sempre attingere a enormi riserve di denaro, ma anche quelle prima o poi finiranno.

La crisi dei paesi mediorientali si fa sentire anche per quanto riguarda il taglio di aiuti ai loro alleati. Così l’Arabia Saudita e i piccoli emirati del Golfo iniziano ad avere ripensamenti sul costo, troppo alto, delle spedizioni militari in Yemen e Siria.

Nel frattempo i lavoratori che sono ospiti del Golfo non riescono a trovare un’occupazione e tornano a casa in Egitto, Libano e Giordania dove i posti di lavoro latitano. In queste circostanze la crescita economica si arresta e disoccupazione e povertà aumentano in maniera spropositata.

E gli altri paesi come stanno? L’Algeria ha evitato sì tumulti di piazza ma il suo governo necessita di risorse per mantenere l’ordine, così come in Iraq i soldi del petrolio servono per combattere la guerra contro lo Stato islamico. Non sono semplici le cose neanche in Iran, dove l’economia è sì meno dipendente dal petrolio, rappresentando solo un quinto del Pil, ma è pur vero che l’unica industria competitiva a livello mondiale è solo quella petrolifera. Il resto è in stato di equilibrio molto precario.

(Aca)