La Cina rallenta ma non c’è crisi

30 Gennaio 2019, di Alessandro Piu

La Cina rallenta ma non è in crisi. E il mercato azionario, dopo la debacle dello scorso anno, può ripartire da quotazioni molto convenienti. L’opinione di Donald Amstad, responsabile investimenti Asia Pacifico di Aberdeen Standard Investments

Si accumulano nubi economiche sulla Cina e da Ovest si guarda con preoccupazione alle difficoltà di uno dei motori dell’economia globale. Per gli investitori l’incubo è il ripetersi di un anno come quello passato in cui le azioni cinesi sono state tra le asset class peggiori. WSI ha parlato del gigante asiatico con Donald Amstad, responsabile degli investimenti Asia Pacifico di Aberdeen Standard Investments.

L’indice Shanghai composite ha perso il 30% lo scorso anno. Qual è la ragione principale di questa debacle?

Il mercato delle azioni di classe A cinesi è fatto per l’80% da investitori retail. Il loro umore, in questo momento, è pessimo per varie ragioni: l’economia rallenta, le bancarotte sono in aumento sia nel settore pubblico che in quello privato, c’è in atto una guerra commerciale con gli Stati Uniti”.

Pensa che Cina e Stati Uniti raggiungeranno un accordo sul commercio?

“Probabilmente sì, quest’anno. Da parte cinese c’è la volontà di raggiungerlo. Anche Trump, che ora sembra stia vincendo la disputa, ha bisogno di portare a casa un risultato. Bisogna tenere presente lo scenario politico per il presidente statunitense, che mira a essere eletto per un secondo mandato. Nelle elezioni di midterm il suo partito ha perso il controllo della Camera dei deputati e per Trump è diventato più difficile governare. Inoltre la forte discesa di Wall Street nella parte finale dello scorso hanno ha mandato un segnale. Sicuramente il presidente lo ha colto vista l’attenzione che presta all’andamento della Borsa. Ha quindi bisogno di portare a casa una vittoria per sostenere la causa della sua rielezione. Il raggiungimento di un accordo commerciale tra i due contendenti non vuol dire, tuttavia, la fine delle tensioni”.

Possiamo dire che Trump sta vincendo questa battaglia?

“Io non lo penso. Qualsiasi accordo dovrà essere positivo per entrambe le parti, dovrà essere win-win. Molti vedono la Cina in difficoltà nella disputa sui dazi ma il Paese è in realtà molto più forte di quanto si pensi in occidente”.

Senza tenere conto di un potenziale accordo né delle prospettive demografiche della Cina, oggi ci sono delle ragioni per investire nelle azioni cinesi?

“Una ragione è che il mercato è sceso del 30% lo scorso anno ed è stato uno dei peggiori al mondo. Oggi le valutazioni sono inferiori a 20 volte gli utili aziendali. Sicuramente, quindi, è un mercato conveniente. Questo non vuol dire che non possa scendere ancora ma sarebbe sorprendente assistere a un nuovo calo di 20/30 punti percentuali anche quest’anno. Inoltre le azioni delle società cinesi hanno iniziato, dall’anno passato, a essere inserite negli indici emergenti Msci. Per ora sono stati inseriti 230 titoli (0,7% circa dell’indice Msci Em), quest’anno diventeranno 460. Secondo Ubs entro il 2020 le aziende cinesi raggiungeranno un peso del 33% dell’indice Msci Em. Non avere quote di portafoglio allocate a un mercato che ha perso il 30% nel 2018, le cui valutazioni sono convenienti e dove affluiranno nuovi capitali con l’inserimento delle sue azioni negli indici globali è un errore che gli asset manager non vogliono commettere. Peraltro l’ingresso di grandi investitori internazionali sul mercato lo renderà meno dipendente dal retail. È una grande opportunità”.

Quali sono le sue aspettative per il 2019 sul mercato azionario cinese? Quali settori potrebbero fare meglio?

“Ho attese piuttosto positive per il 2019. Crediamo molto nella crescita della classe media cinese. Per questo preferiamo i settori dei consumi di base e discrezionali, i servizi finanziari e assicurativi. Siamo meno positivi sulle società dell’industria pesante e su quelle legate alle esportazioni”.

Nel 2018 il dollaro forte è stato un problema per la Cina. Lo sarà anche quest’anno?

“L’andamento del dollaro Usa dipende molto dalle decisioni della Federal Reserve nonché dalle aspettative del mercato su quello che farà la Banca centrale. La Fed sembra stia cambiando atteggiamento. Potrebbe effettuare meno rialzi dei tassi rispetto a quanto previsto solo qualche mese fa. Quest’anno ci aspettiamo un leggero apprezzamento del renminbi contro la valuta Usa. Dal punto di vista degli investitori europei è una situazione interessante”.

Oggi c’è molta preoccupazione sulla frenata dell’economia cinese. Si dice che stia andando peggio di quanto il governo, con le sue statistiche, voglia far credere. Chi ha ragione?

“È vero, l’economia rallenta. E noi pensiamo che sia un bene perché in passato c’è stato un eccesso di crescita finanziata dal credito, quindi molto più rischiosa. Oggi il governo cerca di porvi rimedio e, soprattutto, sta sviluppando una cultura finanziaria. Non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani. Non crediamo però in un atterraggio duro per l’economia cinese”.

L’obiettivo della Cina è diventare la prima potenza industriale globale entro trent’anni. Ma come faranno società che nessuno conosce a competere con nomi familiari da decenni come Coca Cola, Microsoft, Apple?

I cinesi osservano e studiano molto, soprattutto le società giapponesi e coreane. Pensiamo alla storia di Samsung. Cinquanta anni fa nessuno, in Europa, si sarebbe mai sognato di comprare un televisore Samsung. Oggi quasi tutti lo fanno. La Corea del Sud ha forzato i suoi conglomerati di impresa (chaebol) a diventare società globali e ha finanziato quelli che si dimostravano in grado di competere a livello internazionale. Inoltre oggi la Cina è tecnologicamente molto avanzata. Viene accusata di rubare la tecnologia (cosa che in realtà fanno quasi tutte le nazioni, anche gli Stati Uniti) ma, se in passato lo ha fatto, non ne ha più bisogno. Apple oggi in Cina vende meno telefonini non perché l’economia del Paese stia crollando ma perché ci sono prodotti cinesi migliori che costano molto meno. Sui motori di ricerca puoi trovare iPhones venduti a prezzi scontati”.