LA BOLLA IMMOBILIARE DIETRO AL CALO DEI CONSUMI

20 Ottobre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il buon senso ha le sue regole: non si dovrebbe parlare di haute cuisine a un affamato, né di malattie a un ipocondriaco, né soprattutto di giustizia sociale a chi si occupa di Borsa. Eppure, nel silenzio che circonda le questioni finanziarie c’è qualcosa di troppo che resta non detto. Fino a qualche anno fa, gli europei potevano considerare l’investimento azionario come un’attività all’interno della quale era indifferente chi perdesse e quanto e a favore di chi. In fondo si trattava di un gioco riservato a una quota molto ristretta della popolazione. Tanto da poter pensare che i partecipanti al gioco assegnassero un basso valore al rischio di perdere. In fondo, affari loro! Come tutti sappiamo le cose sono cambiate almeno dal ’96-’97.

L’applicazione delle direttive comunitarie sui fondi di investimento e l’apertura dei mercati finanziari hanno modificato sostanzialmente la partecipazione delle famiglie europee. Il mese scorso, per la prima volta, la Banca centrale europea ha pubblicato le prime stime del «flusso dei fondi» delle attività finanziarie delle famiglie europee. Quello che ne emerge è un’importante fotografia delle condizioni finanziarie degli europei, un giudizio netto sull’importanza degli investimenti azionari e quindi anche un primo spiraglio sul fenomeno della Borsa come canale di attivazione della quota di reddito destinata ai consumi e come motore necessario alla crescita, alla creazione e alla distribuzione del reddito. In passato si assumeva che le variazioni di Borsa non influenzassero granché i consumi.

In effetti, prima del ’97 la quota azionaria era meno del 15% delle attività finanziarie totali delle famiglie. La reattività dei consumi era infatti bassissima, attorno all’1%. Tra il ’97 e il 2001, tuttavia, si è verificato un afflusso di risparmi verso la Borsa pari a 900 miliardi di euro, pari al 4,3% del redditi disponibili per anno. Nel 2000 grazie all’aumento dei flussi e dei prezzi, la Borsa è arrivata a equivalere a ben il 70% del reddito disponibile annuo degli europei. Tenendo conto del fatto che la quota delle famiglie europee che ha dirette partecipazioni in Borsa è raddoppiata (quelle indirette sono ovviamente molto di più) e che l’elasticità del consumo è stimata dalla Bce prossima a quella americana (4-7%), si può stimare con un po’ di approssimazione che il calo della Borsa abbia tagliato i consumi dello 0,4% negli anni tra il 2001 e il 2003.

La reazione delle famiglie europee, scottate dall’esperienza del debutto nella grande finanza, è stata quella di aumentare la quota di reddito destinata al risparmio, in modo da recuperare la perdita nominale del reddito disponibile. Il risultato è stato il sensibile rallentamento della domanda in tutta Europa, ben al di là di quanto successo negli Stati Uniti. Quando i policy-makers europei si preoccupano di riformare il sistema pensionistico per assicurare una cornice di stabilità, sicurezza e sostenibilità alle finanze pubbliche e private fanno certamente qualcosa di giusto, ma non tengono in considerazione l’effetto che mercati finanziari instabili possono produrre sulle famiglie. Se anche i fondi pensione sono colpiti dalle crisi dei valori finanziari, l’insicurezza, anziché diminuire, raddoppia.

Da parte loro le famiglie europee hanno reagito nel modo più semplice, trasferendo i risparmi dalle azioni alle proprietà immobiliari. Queste ultime, come osserva anche il bollettino della Banca di Francoforte, hanno realizzato aumenti di valore formidabili tra il ’98 e il 2002, per poi arrestarsi nel 2003. Secondo le stime dell’Ocse, le attività non-finanziarie, essenzialmente immobili residenziali, contano per il 380% del reddito disponibile, il triplo di tutte le attività azionarie.

Il passaggio dalle azioni agli immobili è stato massiccio. Ma gli effetti sulla distribuzione del reddito sono drammaticamente diversi: mentre la diffusione della proprietà azionaria puntava a distribuire i redditi da capitale verso il basso, un aumento delle attività immobiliari in condizione di prezzi che salgono tende a ridistribuire rapidamente il reddito dal basso verso l’alto, cioè dai primi acquirenti ai detentori di capitale immobiliare. Anche in questo caso gli effetti sulla propensione al consumo sono negativi: le famiglie a reddito alto consumano meno di quelle meno benestanti. Ma questo diventa un tema di giustizia sociale e non si parla certo di queste cose a Wall Street…

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