Economia

Jackson Hole, Powell (FED) all’ultimo atto: cosa attendersi dal discorso odierno

Jerome Powell si prepara al suo ultimo intervento da presidente della Federal Reserve al simposio di Jackson Hole. L’evento, iniziato ieri e in calendario fino al 23 agosto in Wyoming, arriva in un momento cruciale per i mercati e per la politica monetaria americana: da un lato i trader prezzano con quasi certezza un taglio dei tassi già a settembre, dall’altro Powell difende ancora l’indipendenza della banca centrale in un’America attraversata da dazi crescenti e da un’inflazione che resta sopra il 2%.

Tutto questo mentre il mandato del banchiere centrale scade a maggio 2026 e il presidente Donald Trump è atteso a breve per indicare il successore. Il discorso di venerdì assume dunque un significato duplice significato: da un lato rappresenta il testamento istituzionale di un banchiere centrale che ha difeso con ostinazione l’indipendenza della Fed dalle pressioni politiche, dall’altro, costituisce un passaggio chiave per i mercati, chiamati a interpretare le prossime mosse della banca centrale americana in un contesto di incertezza.

Fed-watchers in trincea

Gli operatori non guarderanno tanto alle formule accademiche, quanto al segnale sui tassi: Powell aprirà la porta a un taglio già nella riunione del 16-17 settembre?

Le ultime dichiarazioni del presidente della Fed erano state caute, ma precedevano i dati sul lavoro di luglio, peggiori delle attese. Da allora, le scommesse di mercato sono cambiate radicalmente: oggi i futures attribuiscono un’85% di probabilità a un allentamento immediato.

La storia insegna che i discorsi di Jackson Hole muovono i mercati, soprattutto quello obbligazionario. Negli ultimi sette interventi di Powell, il rendimento del Treasury decennale è salito in media di 21 punti base nel mese successivo, mentre l’S&P 500 ha perso quasi il 2%. Il caso più emblematico resta il 2022, quando Powell evocò Paul Volcker e il “dolore” necessario per domare l’inflazione: il mese seguente l’S&P 500 crollò del 12%, il dollaro si rafforzò del 5% e i rendimenti decennali balzarono di 75 punti base.

Pressioni politiche e rischio dazi

“La Fed si trova ad affrontare un percorso particolarmente difficile. Le pressioni politiche stanno aumentando, con la Casa Bianca che spinge per un taglio dei tassi e la possibile nomina di un nuovo presidente della Fed più allineato all’agenda economica del presidente Trump”, avvertono gli analisti di Vontobel.

Il nodo principale riguarda l’impatto dei dazi: finora assorbiti dagli importatori, rischiano di pesare sui consumatori già a inizio 2026.

“L’economia americana mostra segni di surriscaldamento. Prevediamo che l’inflazione possa raggiungere il 3,5% entro la metà del prossimo anno”, prosegue l’analisi. Lo scenario di Vontobel è chiaro: due tagli dei tassi entro fine 2025, a partire da settembre, seguiti da altri tre nel 2026.

L’incognita dollaro

In attesa di Jackson Hole, UBP sottolinea la posta in gioco per i mercati valutari:

“Le tensioni legate alla Fed si sono intensificate. Con i mercati che vedono una probabilità dell’85% di un taglio a settembre e la pressione incessante del presidente Trump, gli occhi di tutti saranno puntati su Jackson Hole”, osserva Michaël Lok, Group CIO e Co-CEO Asset Management di UBP.

Il Tesoro americano, attraverso il segretario Scott Bessent, ha chiesto un ciclo aggressivo di riduzioni:

“Un taglio dei tassi di circa 175 punti base ridurrebbe sostanzialmente il vantaggio nominale e reale del dollaro, pesando sulla valuta nel medio termine”, sottolinea UBP.

I dati recenti sull’inflazione confermano pressioni sui prezzi, ma al tempo stesso il rallentamento del mercato del lavoro lascia spazio a un approccio più graduale. Lo scenario centrale di UBP prevede due tagli nel secondo semestre del 2025, con il primo a settembre.

Tutto in un discorso

La sfida di Powell, all’ultimo Jackson Hole della sua carriera, è quella di trovare un equilibrio tra prudenza e chiarezza. Un equilibrio che non riguarda solo la traiettoria dei tassi, ma anche il ruolo della Fed in un’America polarizzata e sempre più segnata da pressioni politiche.
Un discorso che potrebbe definire non solo l’eredità del presidente, ma anche la traiettoria dei mercati globali nei prossimi mesi.

A questo proposito, Gabriel Debach, market analyst di eToro, guardando alle performance di mercato degli ultimi quindici anni spiega:

“In media l’S&P 500 arriva al simposio già con un guadagno del 7%, mediana 7,8%. Durante l’evento, la variazione media è appena +0,23%, mediana identica: un nulla statistico. È la prova che il giorno stesso di Jackson Hole raramente detta la rotta. Il dopo (dalla fine del simposio a fine anno) è la vera arena. In media +4,9%, mediana +4,7%. Ma le medie nascondono ciclicità forti: nei cicli accomodanti, lo specchio del Wyoming amplifica il rally (+20% nel 2010 con il QE2, +11% nel 2013 con il QE3, +12% nel 2019, oltre +7% nel 2020 e nel 2023). Al contrario, quando la Fed ha scelto la via dura, il riflesso è stato opposto: -13,4% nel 2018,-4,7% nel 2022.”

Il 2025 – continua l’esperto – si presenta con un quadro intermedio.

“Lo S&P 500 segna finora un +9,65%: non l’euforia del +17,8% del 2024 o del +19,7% del 2021, ma una performance solida, in linea con la media storica del prima (+7,0%). In passato, quando i mercati sono arrivati al simposio con rialzi moderati – come nel 2016 (+6,4%), nel 2017 (+9,2%) o nel 2020 (+7,8%) – il “dopo” è stato positivo, rispettivamente +2,7%, +9,4% e +7,1%. Ma non sempre: nel 2018, con un prima simile al +7%, lo S&P chiuse l’anno con un -13,5%. Il punto di partenza, quindi, non garantisce il punto d’arrivo”.

Concludendo l’esperto sottolinea che il vero bivio di Jackson Hole non è tra forza e debolezza dell’economia, ma tra coerenza e disallineamento: se Powell descriverà il rallentamento senza legarlo a un percorso di politica monetaria chiaro, i mercati potrebbero leggerlo come preludio a una frenata più marcata. Se invece la stessa debolezza diventerà giustificazione per accelerare i tagli, il mercato potrebbe premiarla. Ma solo a patto che la Fed mostri credibilità nel legame tra dati e parole.