Italiani più cicale che formiche

8 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – L’italiano torna a spendere e consumare alla fine del primo trimestre dell’anno, mostrando una minor propensione al risparmio, a dispetto di redditi ancora in calo. E’ quanto emerge dall’indagine pubblicata dall’ISTAT sui redditi e risparmi delle famiglie, che includono anche quelli delle società non finanziarie. Nel primo trimestre, la propensione al risparmio delle famiglie (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile) è scivolata al 13,4 per cento, mostrando una contrazione rispetto al trimestre precedente ed al corrispondente periodo del 2009 e proseguendo il trend negativo avviato nel pieno della crisi. Anche i redditi mostrano un andamento ancora negativo, sebbene la flessione sia meno marcata di quella registrata nel 2009. Il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,2 per cento in valori correnti rispetto al trimestre precedente. Invece, torna a crescere la spesa delle famiglie per consumi finali in misura pari allo 0,5 per cento. Si tratta del primo dato positivo dalla fine del 2008. Cala anche il potere di acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali), diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle famiglie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore, e il loro reddito disponibile lordo) è sceso all’8,5 per cento, risentendo di una riduzione degli investimenti superiore a quella del reddito disponibile. Più utili per le società. La quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo a prezzi base) si è attestata al 40,6 per cento, con un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. E’ l’effetto di un aumento del risultato lordo superiore al valore aggiunto. Ma le società continuano a non investire. Il tasso di investimento delle società non finanziarie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi ed il valore aggiunto lordo ai prezzi base) è sceso al 22,3 per cento.