Italia, S&P più ottimista dell’Istat sul Pil

3 Ottobre 2017, di Mariangela Tessa

Il Pil dell’Italia nel primo trimestre è stato rivisto al rialzo, mentre la crescita  del secondo trimestre è stata leggermente inferiore alle stime. È quanto emerge dalla nuove serie dei conti economici trimestrali messa a punto dall‘ISTAT secondi cui il dato congiunturale per gennaio-marzo è passato da +0,4% a +0,5%, mentre il secondo trimestre è stato corretto al ribasso, da +0,4% a +0,3%. La crescita acquista per il 2017 resta la stessa (+1,2%).

Tutto questo arriva poche ore dopo che l’agenzia di rating Standard and Poor’s ha migliorato la sua stima di crescita per l’economia italiana, portandola all’1,4% dal precedente 1,2% per quest’anno, e all’1,3% dal precedente 1% per il prossimo. Lo si legge in un report dell’agenzia di rating, secondo cui l’Eurozona nel 2017 crescerà del 2,1%. Per l’Italia, S&P prevede che “la politica di bilancio continui a sostenere la crescita” e “parte del miglioramento complessivo dell’economia ha a che fare con le migliori condizioni del settore bancario”.

Ma torniamo ai dati Istat. L‘indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel secondo trimestre del 2017 è stato pari al 0,5%, in lieve peggioramento sul corrispondente trimestre del 2016 (0,4%). Complessivamente, nei primi due trimestri del 2017 si è invece registrato un deficit pari al 2,4% del Pil, in miglioramento rispetto al 2,6% dello stesso periodo dello scorso anno. Il potere d’acquisto delle famiglie, ovvero il reddito reale, nel secondo trimestre del 2017 è rimasto fermo rispetto al trimestre precedente, mentre è sceso dello 0,3% su base annua.

Infine, la propensione al risparmio delle famiglie, ovvero il rapporto tra quanto viene messo da parte e reddito lordo disponibile, nel secondo trimestre del 2017 è stata pari al 7,5%, con una diminuzione di 0,2 punti sul trimestre precedente e di 1,5 punti su base annua. Si tratta del livello più basso dalla fine del 2012. In termini congiunturali, la flessione, evidenzia l’Istat, “deriva da una crescita della spesa per consumi finali più sostenuta rispetto a quella registrata per il reddito”.