Dopo dodici anni consecutivi di contrazione, la popolazione italiana si stabilizza. Secondo gli ultimi dati Istat, al primo gennaio 2026 i residenti erano 58,9 milioni, praticamente invariati rispetto all’anno precedente. Il tasso di crescita è vicino allo zero, in miglioramento rispetto ai valori negativi registrati nel 2024 e nel 2023, ma la dinamica demografica resta caratterizzata da un forte squilibrio: il saldo naturale continua a essere ampiamente negativo e viene compensato quasi esclusivamente dall’immigrazione.
Il saldo migratorio con l’estero è pari a +296mila unità, il valore di emigrazione più basso dell’ultimo decennio. Senza questi flussi, la popolazione tornerebbe a diminuire, accentuando le pressioni su mercato del lavoro e sui conti pubblici.
Nascite ai minimi storici, saldo naturale sempre più negativo
Dietro la contrazione della popolazione c’è l’ormai noto problema della bassa natalità. Anche nel 2025 le nascite scendono a 355mila, il 3,9% in meno rispetto al 2024 e nuovo minimo dall’Unità d’Italia. Tutto questo mentre i decessi restano sostanzialmente stabili a 652mila. Ne deriva un saldo naturale negativo per circa 296mila persone, peggiore rispetto all’anno precedente.
Il numero medio di figli per donna scende a 1,14 (da 1,18 nel 2024), tra i livelli più bassi in Europa e lontano dalla soglia di sostituzione di 2,1. Il rinvio della genitorialità continua: l’età media al parto sale a 32,7 anni, con il Centro area più tardiva (33,1 anni), davanti a Nord (32,8) e Mezzogiorno (32,4).
A livello territoriale la fecondità più bassa si registra nel Centro (1,07), seguita dal Nord (1,15) e dal Mezzogiorno (1,16). La Sardegna resta sotto l’unità (0,85), mentre il Trentino-Alto Adige mantiene il valore più elevato (1,40).
Divari territoriali: cresce il Nord, cala il Mezzogiorno
La stabilità nazionale nasconde differenze geografiche marcate. Il Nord registra una crescita della popolazione (+2,2 per mille), il Centro resta sostanzialmente fermo, mentre il Mezzogiorno continua a perdere residenti (-3,1 per mille).
Gli aumenti più consistenti si osservano in Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Lombardia. I cali maggiori interessano Basilicata, Molise e Sardegna, confermando la persistente fragilità demografica del Sud.
Immigrazione decisiva: quasi compensato il deficit demografico
Come accennato, le immigrazioni dall’estero si attestano a 440mila, in lieve flessione ma ancora elevate, mentre le emigrazioni scendono a 144mila. Il saldo migratorio positivo (+296mila) compensa quasi integralmente il deficit naturale.
Al 1° gennaio 2026 la popolazione straniera residente raggiunge 5 milioni 560mila unità, in aumento di 188mila persone (9,4% del totale). Parallelamente, i cittadini italiani diminuiscono a 53 milioni 383mila (-189mila), a causa di un saldo naturale fortemente negativo e di uno migratorio estero ancora leggermente sfavorevole.
Il quadro complessivo resta quello di un Paese in equilibrio precario: la dinamica migratoria positiva neutralizza temporaneamente il calo naturale, ma l’Italia continua a invecchiare rapidamente. Senza flussi migratori sostenuti, la popolazione tornerebbe a ridursi, mentre il calo della natalità restringe la base della popolazione attiva.
La stabilizzazione registrata nel 2026 appare quindi più come una pausa tecnica che un’inversione strutturale del declino demografico.
Italia più longeva, ma sempre più anziana
Dopo gli anni della pandemia, continua a crescere la speranza di vita: nel 2025 raggiunge 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, tra i valori più elevati nell’Unione europea.
L’invecchiamento della popolazione prosegue. L’età media sale a 47,1 anni, mezzo punto in più rispetto al 2025. Il Centro resta l’area più anziana (47,7 anni), seguito dal Nord (47,3), mentre il Mezzogiorno è relativamente più giovane (46,4).
Gli under 14 scendono a 6 milioni 852mila (11,6% del totale), mentre la popolazione in età attiva (15-64 anni) cala a 37 milioni 270mila (63,2%). Gli over 65 salgono invece a 14 milioni 821mila (25,1%), con forte crescita degli ultra-85enni (2 milioni 511mila) e degli ultracentenari, che raggiungono quota 24.700.