Italia: arriva bail in. Banca fallita? Pagano anche i correntisti

11 Settembre 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – A partire dal primo gennaio 2016 in Italia entrerà ufficialmente il bail in: ovvero, nel caso in cui una banca dovesse essere travolta da una forte crisi finanziaria, e rischiare la bancarotta, non sarà più lo Stato a salvarla, ma gli azionisti e gli obbligazionisti a intervenire, accollandosi le perdite. E’ una delle norme approvate nelle ultime ore dal Consiglio dei Ministri, su proposte del premier Matteo Renzi e del Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, attraverso cui è stata recepita la direttiva europea sul risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento.

Oltre agli azionisti e obbligazionisti, parteciperanno anche i correntisti per la parte eccedente i 100.000, il che significa che i depositi, fino a 100.000 euro, saranno garantite. Se poi neanche con l’apporto di queste categoria, non sarà possibile ripianare le perdite, allora si attingerà a un fondo di garanzia, che sarà finanziato dalle stesse banche.

A tal proposito, stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore, a partire dal prossimo anno sarà chiesto “agli istituti italiani, grandi e piccoli, per finanziare i nuovi fondi, un miliardo, da versare ogni anno dal 2016 al 2024, secondo le stime degli addetti ai lavori”.

Gli azionisti saranno in ogni caso i primi a essere chiamati per accollarsi le perdite; seguiranno i detentori di debiti subordinati e poi di debiti senior. A quel punto si ricorrerà ai fondi delle PMI e delle persone fisiche, di ammontare superiore ai 100.000 euro.

Il Sole 24, ancora, ricorda: “Il sistema bancario italiano si è già attivato per affrontare i casi più urgenti. Come anticipato dal Sole 24 Ore, è infatti allo studio la costituzione di una holding per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le tre crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano di più il settore italiano del credito e le Autorità che lo vigilano. A metterci le risorse necessarie, attualmente stimate in un miliardo e mezzo, saranno le altre banche italiane, ma se – come probabile – si renderà necessario per far quadrare il cerchio, anche i titolari di obbligazioni subordinate potrebbero essere coinvolti nell’operazione, vedendosi convertiti i bond in partecipazioni azionarie; in questo caso, i titoli in in circolazione che potrebbero essere coinvolti ammontano a circa 700 milioni”.

Il recepimento della direttiva europea scatena però già polemiche tra gli analisti. Sul Fatto Quotidiano, l’analisi del giornalista Paolo Fior: “nel decreto legislativo si attribuisce alla Banca d’Italia il ruolo di autorità di risoluzione (in Europa è un organismo distinto dalla Bce) e si riafferma anche che tutte le notizie, informazioni e dati sulle attività di risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento sono coperti da segreto d’ufficio anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, ad eccezione del ministero dell’Economia. Una discrezionalità totale che tanti danni ha prodotto anche nel recente passato come testimoniano i casi di “risoluzione” già gestiti da Via Nazionale: tra tutti il commissariamento e la svendita della Banca popolare di Spoleto al Banco di Desio. Chi tutelerà i risparmiatori e i correntisti italiani? Chi controllerà l’operato della Banca d’Italia cui ancora una volta viene data carta bianca nella gestione delle crisi bancarie (o presunte tali)? E soprattutto chi pagherà per gli errori commessi nell’ambito di queste procedure?”