“Investitori spaventati a morte”, ecco cosa cercano

17 Maggio 2016, di Alberto Battaglia

La corsa ai metalli preziosi, ai diamanti e alle azioni di società attive nell’estrazione di questi beni rifugio ha una sola primaria ragione: la paura. A confermare le origini di questa tendenza degli ultimi mesi, che ha visto crescere, in particolare, le quotazioni dell’oro a un ritmo che non si vedeva da anni (il primo trimestre è stato il più esuberante dal 1986) è Joseph Grosso, ceo e presidente di Golden Arrow Resources. Grosso, fra i pionieri dell’estrazione mineraria in Argentina, è convinto che il rally che ha fortemente caratterizzato il suo settore, sia dovuto alla “paura; e quando c’è paura è lì che l’oro dà il suo meglio”.

“E’ un periodo che spaventa e la gente vuole allontanarsi [dagli asset tradizionali] e cercare sicurezza nei metalli preziosi”, dice il ceo a Sgt Report, precisando che gli investitori sono spaventati a “morte”.

Questa è stata la mossa di investitori accorti come George Soros, che nel primo trimestre ha scommesso con forza nelle azioni del principale produttore di lingotti d’oro al mondo, Barrick, le cui quotazioni sono più che raddoppiate da inizio anno. Grosso, il cui nome è fortemente legato a un altro metallo prezioso, l’argento, è dell’idea che sarà proprio quest’ultima la commodity che vedrà fra i recuperi più forti in futuro. Al momento il rapporto fra i prezzi di argento e oro è circa di 70 a 1; Grosso, ricordando che in passato il rapporto aveva oscillato dai 40-1 agli 80-1, ritiene che in futuro ci si potrebbe avvicinare a un rapporto “più umano” a metà strada fra i due.
Nonostante i timori che spingono i prezzi dei metalli preziosi Grosso, interrogato sul più apocalittico degli scenari, una massiccia svalutazione del dollaro e la perdita della centralità negli scambi internazionali conseguente agli eccessi nelle iniezioni di liquidità da parte della Fed, ha espresso maggiore fiducia. “Gli Stati Uniti restano gli Stati Uniti”, gli eccessi nell’utilizzo della Fiat money, quella che permette l’allargamento della base monetaria in base alle mere esigenze di spesa degli stati, possono destabilizzare Paesi dell’America Latina, come il Venezuela, ma non economie solide come quella americana.